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IN QUESTA PAGINA

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PARROCCHIA COMUNITA' VOCAZIONALE

 
2

Il Centro Diocesano Vocazioni: note su identità e attività

 
3 VADEMECUM del Direttore del CDV, Sussidio del CNV   
4

Istanze prioritarie della pastorale vocazionale italiana

 
5

Chiamati a prendersi cura dell’altro

 
6 Giovane dove abiti ? (Mons. D. Segalini)  
     
     

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"PARROCCHIA  COMUNITA' VOCAZIONALE"

Testo dell'intervento di Don Franco Giulio Brambilla al 

Convegno di Pastorale Vocazionale del CRV Calabria

Lamezia T. 7 marzo 2004

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Indice

Premessa: cristianesimo domestico e forma della vocazione

I.      Parrocchia: dire la fede in un tempo e in un luogo (*)

a.        Il volto della parrocchia: vangelo e territorio

b.       Dire la fede nello spazio della vita quotidiana

             c.       Dire la fede nel tempo della difficile fedeltà

II.    Vocazione: trasmettere la fede come dono e promessa

a.                Il luogo “domestico” della trasmissione del dono

-         ­donare la fiducia fondamentale

-         donare la responsabilità personale

-         donare l’apertura al mondo

b.                Il luogo “ecclesiale” della trasmissione della promessa

-         la promessa come introduzione

-         la promessa come educazione

-         la promessa come traduzione

Conclusione: la vocazione sfida per la famiglia affettiva

                         e per la parrocchia comunità psichica

 

(*) Su questa prima parte cf il mio recente volume: F.G. Brambilla, La Parrocchia oggi e domani, Seconda edizione, Assisi, Cittadella, 2003, pp. 327

 

PARROCCHIA E VOCAZIONE

 

Premessa: cristianesimo domestico e forma della vocazione

       Parto da una domanda: come sarà la parrocchia del futuro? Possiamo declinare la domanda sul versante della parrocchia e del suo rapporto con le vocazioni. La parrocchia potrà di nuovo dire l’evangelo nelle forme della vita postmoderna? Quali saranno i modi di trasmissione della fede nel contesto attuale? Che cosa s’intende quando si auspica che la parrocchia deve diventare “missionaria”? La parrocchia sarà ancora il luogo dove nascono le figure della vita cristiana nella loro forma vocazionale?

      Dico subito fin dall’inizio il senso del mio intervento: la parrocchia è il luogo che genera un cristianesimo “domestico”, ma non addomesticato, dice la possibilità dell’evangelo dentro le forme della vita quotidiana e dentro le infinite possibilità dei linguaggi umani. Naturalmente il cristianesimo conserva anche un indubitabile tratto escatologico, ma esso non può indicare le figure della speranza se non come la forma futuri della fede vissuta nel tempo. Un cristianesimo “domestico” diventa addomesticato se non rimanda ad un oltre e un altro che non si esaurisce nella figura presente della fede. La dimensione “escatologica” del cristianesimo diventa estraniante se non arrischia di prendere casa tra le dimore degli uomini. Orbene nel gioco tra cristianesimo domestico e sua figura escatologica si distende tutto il ventaglio delle vocazioni: alcune aprono la vita del mondo alla sua chiamata evangelica (cf la professione, la testimonianza nel secolo, il matrimonio); altre anticipano la novità pasquale e il destino escatologico nella trama del tempo, dicendo che abitiamo la terra avendo un’altra patria (vocazioni contemplative, monastiche, ecc.). La vita della chiesa sa che l’infinita varietà delle vocazioni ecclesiali e missionarie trova il suo terreno normale di germinazione nel tessuto parrocchiale. E se molte vocazioni sembrano nascere in altri ambienti, l’esperienza originaria della fede cresciuta (o no) in famiglia e nella comunità cristiana, contrassegna le forme fondamentali anche della vocazione futura.

      Ecco allora il percorso di ciò che vi dirò: 1) anzitutto, richiamerò alcune coordinate della parrocchia come realtà dove si dice la fede in un tempo e in un luogo; 2) in secondo luogo, svolgerò il tema della vocazione come trasmissione della fede quale dono e promessa nella famiglia e nella parrocchia, i due luoghi fondamentali dove si genera alla fede. Resta così chiarito il senso del mio intervento. Non è quello di parlare della vocazione nella sua totalità, ma di riflettere sulla fondamentale grammatica umana con cui nasce e cresce una vocazione! Solo così si risponde al “come” la parrocchia è luogo vocazionale.

 

I.    Parrocchia: dire la fede in un tempo e in un luogo [1]

La storia della parrocchia, con le sue luci e le sue ombre, contiene impulsi interessanti e soprattutto un’intenzione evangelica da custodire. Occorre ricordare che la parrocchia è nata per realizzare la missione della chiesa in rapporto alla vita quotidiana della gente. La comunità parrocchiale è il luogo per dire la fede nel tempo e nello spazio, è la forma pastorale del cristianesimo domestico, incarnato presso la vita delle persone.

 
a.   Il volto della parrocchia: vangelo e territorio

La parrocchia custodisce, anzitutto, il rapporto tra vangelo e territorio. Il primo – l’evan­gelo – dev’essere continuamente riproposto nelle sue forme pratiche, legate all’esistenza delle persone nella loro storia concreta (annuncio, catechesi, celebrazione, comunione, prossimità alla vita delle persone, servizio ai poveri, nuove figure ecclesiali), perché non decada in un religioso selvaggio o in sacro informe senza figura cristiana. Il secondo – il territorio – non può dimenticare che il suo significato antropologico indica prossimità alla vita della gente, affinché la chiesa locale non si rinchiuda in dinamiche particolaristiche, appunto “parrocchiali” nel senso deteriore con cui spesso l’agget­tivo viene usato.

Il riferimento dell’annun­cio evangelico al territorio è, ad un tempo, necessario e ambivalente. Se la parrocchia si allontana dal territorio, può dimenticare che l’evangelo non va annunciato come un messaggio gettato ai quattro venti, ma perché faccia sorgere una visibile comunità. Se la parrocchia rinchiude l’espe­rienza di fede in uno spazio e un tempo troppo angusti corre il rischio di spegnere la sua dinamica missionaria. Non c’è vangelo senza la sua accoglienza credente in un tempo e in un luogo, cioè dentro la vita quotidiana delle persone e di ciascuna persona.

Questo è l’insegnamento della storia e spiega anche la vicenda tribolata della parrocchia attraverso e al di là dei suoi mutamenti storici. La sua permeabilità al cambiamento civile dice la plasticità della comunità cristiana visibile, luogo dove il vangelo è accolto dentro una comunità credente, perché sa innestarsi nelle forme dell’esi­stenza umana. La parrocchia è come la famiglia. Queste due realtà sono molto permeabili alla vita quotidiana (e al mutamento delle loro figure storiche). La sfida è che diventino una possibilità di esperienza cristiana. La parrocchia custodisce tale scommessa anche per il futuro: perché il cristianesimo sia una possibilità viva e reale per la libertà degli uomini nella loro condizione storica. Perciò io credo che la parrocchia nell’attuale momento di grande trasformazione riuscirà a riplasmarsi per dire da capo il senso dell’evangelo come sorgente della chiesa.

 

b.   Dire la fede nello spazio della vita quotidiana

La parrocchia è figura storica privilegiata del localizzarsi della chiesa, dove la fede si dice nello spazio della vita quotidiana. Questo titolo di “privilegio” non viene quindi fatto valere contro altre configurazioni ecclesiali, e neppure semplicemente accanto ad esse, ma assume piuttosto una funzione emblematica in rapporto al dirsi e al darsi della chiesa in un luogo e in un tempo. Infatti, la parrocchia si caratterizza per il suo carattere di “simbolicità”. Essa rappresenta in un luogo determinato la possibilità che la comunità credente diventi segno efficace dell’annuncio evangelico, diventandone il frutto effettivo. La determinazione territoriale, se in prima battuta sembra presentare un carattere neutrale, costituisce un punto a favore per l’accesso al vangelo. Il fatto che la parrocchia si formi per la contiguità di domicilio (salvo le eccezioni previste dal codice) costituisce una condizione minimale, ma per questo essa è la più aperta a qualificare la parrocchia come segno di comunione. Se non si scambia la condizione (il territorio) con la realtà che lì cresce (la comunità parrocchiale), risulta evidente il “privilegio” della parrocchia a valere come figura di chiesa. Questo è il dato che la tradizione ci consegna, prima ancora che esso possa essere stato teorizzato o compreso limpidamente!

Allora bisogna precisare la spontanea identificazione tra parrocchia e territorio. La comunità parrocchiale, proprio per il suo legame con il territorio, è divenuta oggetto di critiche, per la sua presunta incapacità di esprimere una prassi pastorale convincente dinanzi alla complessità del mutamento civile. L’impos­sibilità della parrocchia territoriale di raggiungere vasti ambiti della convivenza civile, soprattutto nelle grandi città, quali il mondo del lavoro, della cultura e della politica hanno fatto sostenere da alcuni l’obsolescenza della parrocchia territoriale. Consistenti fenomeni sociali come la mobilità lavorativa e del tempo libero, le crescenti forme di anonimato e di rapporti funzionali, inducono a problematizzare la stessa possibilità di una comunità organizzata territorialmente.

È necessario un approfondimento del valore antropologico del concetto di territorio. L’enfasi sul territorio nel gergo socio-politico degli ultimi anni ha inteso superare una concezione unilateralmente geografica del territorio. Occorre intendere il territorio come habitat umano primario, con l’insieme delle sue tradizioni e dei suoi problemi socio-civili. La geograficità non risulta eliminata, ma diventa un indice di questo complesso di relazioni. La nozione di territorio, infatti, oscilla tra due comprensioni diverse: da un lato, la determinazione territoriale appare a prima vista un presupposto neutrale, segnato dalla casualità; d’altro lato, il territorio è considerato una modalità necessaria di esistenza, con la sua storia, che propizia una trama di relazioni collegate con l’insediamento, la comunità di vicinato, la vita quotidiana, ecc. Si può intravedere qui la fecondità che l’intreccio dei significati del territorio assume a partire dalla concreta vita comunitaria, dalle forme di comunicazione della fede, dalla celebrazione dei misteri, dalla testimonianza della carità.

Le due accezioni di territorio sottolineano aspetti convergenti che esprimono la stessa realtà da due punti di vista: la parrocchia territoriale fornisce una possibile appartenenza per tutti; la comunità parrocchiale intende rendersi ospitale per ogni condizione di vita. Proprio tale “simbolicità” del territorio in ordine all’annuncio evangelico per tutti e alla celebrazione ecclesiale incontra il valore proprio della chiesa locale che si attua nella parrocchia. Per questo la comunità è il luogo per dire l’apertura della chiesa a tutti e l’ospitalità nel suo grembo per ciascuno. Le vocazioni ecclesiali trovano qui lo spazio, come insegna la luminosa tradizione della parrocchie, per imparare i fondamentali della fede nella loro dimensione vocazionale.

 
c.     Dire la fede nel tempo della difficile fedeltà

Precisato così il senso del territorio si vede che esso è lo spazio per dire la figura cristiana della fede. Così la parrocchia può e deve operare la saldatura tra fede cristiana e condizioni della vita quotidiana. Citando le parole della Novo Millennio Ineunte, la parrocchia è in modo emblematico il luogo della «misura alta della vita cristiana ordinaria» (n. 31). La parrocchia è il luogo maggiormente istruttivo per sciogliere la tensione tra culto e vita. A questo proposito è importante non partire da un punto di avvio sbagliato, pensando alla vita come qualcosa in cui il culto non c’entra, per poi cercare un’impossibile saldatura tra celebrazione cultuale e vita. In questo modo viene separato ciò che è originariamente unito. Si ricordi che Paolo parla di tutta la vita cristiana come “culto spirituale”, come esistenza nell’alleanza. Tuttavia, il momento “cultuale” della fede (fatto di parola e sacramento) è condizione di verità della vita cristiana, è il luogo dove la libertà degli uomini e delle donne si dice nel tempo, in un tempo dove è difficile costruire cammini di fedeltà. Certo la fede cristiana oggi si dice, ma corre il rischio di doversi dire sempre da capo, quasi partendo da zero. Fatica a costruire non solo cammini convinti, ma soprattutto cammini fedeli, testimonianze stabili e continuative, modi di vita umana con un profilo vocazionale. All’interno della vita cristiana la celebrazione eucaristica (parola e sacramento) assume un significato specifico, è il momento in cui la vita cristiana si raccoglie come dono che viene dall’alto. Più francamente si coglie come chiamata, come libertà provocata a spendersi e a decidersi per il volto della propria vocazione. Parola e Sacramento (soprattutto nella comunità cristiana) sono il luogo dove si alimentano storie di vocazione e di dedizione, dove la libertà dà volto a se stessa, trova la propria identità personale. Vocazione e identità sono due facce della stessa medaglia: la debolezza odierna di una visione vocazionale della vita genera un deperimento della coscienza della propria identità!

Occorre, allora, sostenere un’autentica spiritualità dell’es­sere cristiano nella sua forma vocazionale. Se la comunità parrocchiale si forma solo – come si è soliti dire – in forza della condivisione della fede in Cristo (e dei suoi gesti essenziali) da parte degli abitanti di un determinato territorio, ciò non può essere inteso e presentato come un criterio minimale a cui si aggiungerebbero poi ulteriori modalità più o meno intense. Infatti, la definizione del credente nei termini di un «minimo» e di un «massimo» introduce un falso problema. Si intuisce, allora, l’ambiguità di un discorso sulla parrocchia che, magari riferendosi alle condizioni per l’appartenenza ecclesiastica, la delinei in termini quantitativi. Come se ai credenti di una parrocchia si chieda «più» o «meno» e come se il criterio della «sola» fede per i credenti abitanti in un luogo possa essere pensato come un “quasi niente”. La possibilità data a tutti di accedere alla fede non deve significare un’eventualità astratta, ma può rendere possibile un autentico vissuto per il credente nella condizione di esistenza «in cui era quando è stato chiamato alla fede» (1Cor 7,20). Infatti, la vocazione cristiana non comporta l’abbandono della condizione assegnata dalle forme della convivenza civile (la professione, la famiglia, il lavoro, lo status sociale), ma richiede che tale condizione sia vissuta nella sequela evangelica. Per questo l’ap­partenenza parrocchiale può e deve suscitare l’evidenza personale di un’auten­tica esperienza per il credente comune. La parrocchia è il luogo della fede comune, la “misura alta” dell’esperienza cristiana ordinaria accessibile a tutti. Gli elementi essenziali che definiscono l’es­sere credente nella parrocchia (la predicazione evan­gelica, la celebrazione eucaristica, i doni dello Spirito, l’unità fraterna, la presidenza del ministero) devono poter plasmare la libertà dei credenti, configurandola come possibilità della fede cristiana in rapporto alle condizioni storico-civili della loro esistenza. L’imma­gine della parrocchia disegna il modello concreto e fraterno dell’apparte­nenza ecclesiale, in modo tale che plasmi l’at­tiva responsabilità per l’evangelo rivolto a tutti. Solo su questa trama potranno germinare le forme della vocazione che – come abbiamo detto all’inizio – si distendono su tutto il ventaglio che va dalla libertà nel mondo al vangelo del Regno, dalle vocazioni secolari alle vocazioni che anticipano la figura pasquale ed escatologica della libertà.

 

II.    Vocazione: trasmettere la fede come dono e promessa

Sullo sfondo dell’immagine di parrocchia, che ho descritto con il suo volto originariamente vocazionale, è possibile rispondere alla domanda sul “come?”. La domanda, scritta a caratteri cubitali in testa al nostro Convegno, si traduce così: si può trasmettere la fede come dono e promessa? La parrocchia è il luogo dove la vita umana si trasmette come dono e promessa. I suoi due luoghi essenziali sono la famiglia e la comunità: l’avventura della vocazione ruota attorno al luogo “domestico” e al luogo “ecclesiale”, la famiglia e la parrocchia! Nella prima la vita si trasmette prevalentemente come dono da aprire alla promessa; nella seconda la promessa contenuta nel dono della vita viene portata a compimento e lanciata nell’avventura della vocazione!

 

1.   Il luogo “domestico” della trasmissione del dono

La famiglia è il luogo domestico dove si trasmette ai figli la vita come dono promettente, un dono non totalmente disponibile, presente come promessa, ma assente come pieno possesso. Un dono quindi da ricercare, da scegliere e per cui spendersi. Senza questo terreno di coltura originario è impossibile pensare al sogno di una vita come vocazione! Come la famiglia trasmette la vita quale dono aperto alla promessa? Provo a rispondere, collocando la famiglia nella casa in cui abita. La metafora della casa ci mostra almeno tre aspetti della trasmissione della vita come dono promettente.

  ­donare la fiducia fondamentale. La prima immagine è quello della casa natale. Provo a fermarmi su questo primo aspetto della casa, che riguarda il dare e il ricevere la vita. La casa appare come lo spazio della protezione e dell’intimità, il luogo dove non solo si è collocati nel mondo, ma lo spazio in cui si viene alla luce. Non si può essere generati alla fede, se non si nasce alla luce della vita. La casa natale è il luogo dove si viene generati all’at­teg­giamento originario della coscienza, risvegliata nel bimbo dall’e­sperienza del corpo in contatto con la madre/mondo (attraverso i momenti di fame e nutrimento, sonno e veglia, freddo e caldo, presenza e assenza). Tale  coscienza non esprime solo l’inge­nuo incanto di una presenza pienamente ricevuta, ma anticipa (e talvolta teme) la sua possibile mancanza. La prima esperienza del mondo come dono, che brilla nell’aria quando guardiamo gli uccelli del cielo e i gigli del campo, è data nell’esperienza della nutrizione e del vestito nella casa-grembo natale. Il mondo donato con la madre risveglia lo sguardo recettivo del bimbo che accoglie la vita come dono, meglio come dono promesso, presente come promessa e assente come pieno possesso. Pertanto la maternità della casa è il luogo dove sorge la meraviglia di fronte al mondo e instilla pian piano la fiducia nella vita. In tal modo la casa è “natale” in senso assai forte, non solo perché vi si nasce, ma perché si è continuamente generati alla vita come dono gratuito, una cosa buona, un bene promettente, che dovrà essere scelto come bene per sé nella lunga generazione che dura tutta l’esistenza. Perché, è vero, si nasce solo una volta, ma si è generati durante tutta una vita. Per questo la casa è “natale”!

La “casa natale”, allora, ha a che fare con il dare la vita, concepito non solo come un mettere al/nel mondo, ma come il dare alla luce e il donare la luce. A volte la vita viene solo procurata, ma dare la vita come un bene comporta di donarla e, rispettivamente, tale gesto deve consentire al figlio di riceverla. Tra il donare la vita e il riceverla si colloca l’avventura dell’esistenza e questa è la prima grazia che si riceve nella casa natale. Nella casa natale si apre la porta dell’essere, si viene a contatto con l’energia dell’origine. E se dovesse capitare – come purtroppo avviene – che l’esperienza della casa della nascita non è stata quella di una casa “natale”, cioè di una casa che genera alla vita, non basterà un’esistenza per ricostruire con infinita pazienza la grazia dell’origine. Conosce questa situazione anche la Bibbia: “mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10). La casa natale è dunque lo spazio della fiducia fondamentale, dove si semina la certezza che la vita è un bene promettente. Si noti: il bene è solo promesso, la vita è appena donata. Tra la promessa e il compimento, tra il dono concesso e il bene ricevuto ci passa l’avventura del crescere nel “deserto grande e spaventoso” (Dt 1,19), ma anche stupendo e avventuroso, che consente di diventar grandi e liberi. La fiducia fondamentale si riceve nella casa natale: essa è il germe di una visione della vita come bene promesso, è il seme della vocazione!

 

donare la responsabilità personale. La seconda immagine è la figura della casa paesaggio. La casa è il mondo in piccolo, anzi è il mondo nell’angolo più intimo della nostra vita, è il paesaggio relazionale, è lo spazio degli affetti. La casa natale è il luogo che dischiude lo spazio per tutte quelle relazioni da cui si è toccati, da cui si è in qualche modo sorpresi, cioè presi-come-da-sopra. La casa natale non è solo il luogo della protezione e dell’in­timità, ma anche il luogo dell’e­stro­versione e della scoperta. Anzi l’intimità è la sorgente inesauribile per la scoperta dell’al­tro, la protezione è l’ombrello sicuro per l’esplorazione del paesaggio della vita. Bisogna che sostiamo ancora per un momento sulla simbolica della casa nel bambino: il fatto che la casa sia lo spazio sicuro, affettivamente garantito, inaugura la possibilità dell’esplorazione del mondo (degli altri e delle cose). Introduce cioè una direzione di scoperta, una dinamica verso l’oltre, che è simbolica della ricerca di sé e dell’apertura all’al­tro, in una parola apre alla relazione.

La casa diventa così spazio degli affetti e delle relazioni: spazio degli affetti che consente di ricevere il dono della vita e tutti i modi con cui il papà e la mamma lo rendono quotidianamente presente, come un dono per sé e come un dono che lascia spazio e concede tempo per il proprio io. La vita data deve essere donata e deve dischiudere il tempo per essere ricevuta. Per questo la casa da “grembo” si trasforma in “paesaggio” da esplorare, da sognare, da immaginare, da scoprire. Anzi la casa comincia ad aprirsi, verso l’alto e verso l’esterno, non è una scatola chiusa, una caverna che porta solo verso l’origine, ma ha una soffitta, una finestra, un balcone, un giardino, un cortile, dà su una piazza. In questa direzione è interessante una riflessione sulla figura del padre, che non rappresenta solo la vita donata, ma anche la sfida che il dono porta con sé. La vita donata deve essere ricevuta e ha da essere spesa. Il bambino impara a ricevere la vita, ad apprezzarla, a sentirla come una possibilità, una voce che chiama, ma con questo il bambino impara anche a ricevere se stesso, costruisce la stima di sé, non solo perché è protetto, ma perché è lasciato essere, perché gli viene dato tempo per agire, perché è stimolato, apprezzato, rassicurato. Il bimbo ha una direzione verso cui muoversi, ha un oltre verso cui andare e può incontrare un altro da imitare (in prima battuta il padre, ma poi anche i fratelli). La “fiducia fondamentale” della vita – trasmessa nella “casa natale” – rappresenta l’origine inesauribile delle risorse trasmesse in dono; la vita come “chiamata” – trasmessa nella “casa paesaggio” degli affetti – apre il ragazzo ancora fanciullo a una direzione da percorrere, da esplorare, da capire. E poi spinge l’adolescente e il giovane progressivamente a scegliere l’esisten­za come cosa buona a cui dedicarsi.

La “casa paesaggio” degli affetti e delle relazioni è il secondo aspetto che si vive in famiglia: essa è propriamente il luogo dove si sperimenta che il germe della vita come bene promesso ha da essere ricevuto nella gratuità degli affetti e delle relazioni. Qui nasce la famiglia come evento di libertà: se nel gesto di dare la vita è già anticipata la libertà più grande e la scommessa più forte che è quella di chiamare un uomo e una donna all’esistenza, nel gesto di lasciar essere la vita, nell’avventura di aprire lo spazio per cui la vita donata sia la vita ricevuta come un dono, la libertà dei genitori viene sottoposta alla prova del tempo, perché la gioia del dono della vita deve passare al vaglio della fedeltà. Occorre custodire il dono, lasciarlo essere, dargli tempo per crescere, non rivendicarlo come un merito, aprire lo spazio delle relazioni, perché ciascuno cerchi e ritrovi la propria identità e il proprio futuro. Questa è, per così dire, la seconda generazione, le cui doglie del parto durano tutte le fasi della vita (la fanciullezza, ma soprattutto l’adolescenza e la giovinezza).  Qui i genitori fanno nascere alla vita adulta i figli e la propria famiglia. La famosa espressione: «Famiglia diventa ciò che sei!» non ha il significato, tutto sommato banale, che la famiglia deve esprimere il valore che porta con sé, ma quello più radicale che costruisce se stessa come valore, proprio nel gesto centrale di dare la vita e di consentire di riceverla, di far crescere la vita come evento della libertà e dell’a­more!

La casa, dunque, rende possibile questa seconda dimensione: fa passare dalla fiducia fondamentale alla responsabilità personale, consente di aprire le finestre e le porte per cercare la propria stella polare, educa il desiderio alla libertà personale. Per questo la famiglia è il luogo della crescita, della fanciullezza, dell’adolescenza e della giovinezza, e perciò è il tempo della scoperta, della differenza e della partenza. Senza questo secondo passo anche la comunità cristiana sarà abitata da credenti la cui fede è fondata più sul bisogno che sulla vocazione, più sulla tradizione che sulla convinzione, più sul copione da ripetere che sull’avventura della vocazione.

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donare l’apertura al mondo. La terza e ultima immagine è la casa universo. Il raccogliersi nello spazio della casa consente ai membri del corpo familiare di rendersi prossimi al mondo. La casa diventa così una finestra aperta sul mondo. Lo strumento espressivo di questa interiorizzazione del mondo e addomesticamento della natura è il linguaggio in tutte le sue varie forme. Non è un caso che la lingua-madre sia la matrice originaria dei linguaggi, della cultura in senso antropologico, cioè dell’insieme di quegli usi, costumi, comportamenti e istituzioni che determinano l’es­sere vivente come essere culturale. Osserviamo, anzitutto, come la stessa topologia della casa rappresenti questo duplice movimento: il mondo è raccolto nel punto di orientamento della casa e la casa diventa il centro geometrico da cui partire per l’esplorazione del mondo. Il mondo nella casa riceve un centro, a partire dal quale il mondo diventa esplorabile nella sua totalità. Il centro della casa diventa il luogo di orientamento al quale possono essere riferite tutte le coordinate del mondo. La casa diventa simultaneamente luogo di separazione e di trasformazione.

Nel primo movimento centripeto l’uomo si rinchiude all’interno, si nasconde, preserva la propria intimità, pone la differenza con l’esterno, innalza pareti che segnino una separazione, una delimitazione, una difesa dalla confusione con la natura. E’ il gesto con cui l’uomo diventa essere culturale non solo perché si difende dall’ambiente ostile e avverso, ma perché spontaneamente interpreta questa difesa come posizione della differenza. La parete pone un di-fronte, riflette e fa riascoltare la propria voce, differenzia dal cosmo e consente poi l’esplora­zione del cosmo come un atto umano e non semplicemente come un’im­mersione con-fusionale. Le pareti esterne della casa e le separazioni interne nella casa sono il principio della differenza, dell’autonomia, dell’intimità, a partire dalle quali soltanto è possibile scoprire un “oltre”, guardare da una finestra, sporgersi da un balcone, dischiudere una porta. E’ interessante che anche nelle forme delle case più indifese, come la tenda presso gli arabi, l’ospitalità prevedesse una simbolica di avvicinamento e di allontanamento: una porta aperta, la lavanda dei piedi, il dono del cibo, l’alloggio temporaneo, le provviste per il proseguimento del viaggio. In questo modo il movimento di chiusura, la parete, la porta, il focolare, la parte più intima della casa-capanna, intesa come l’omphalos sacro del mondo, è il principio della separazione dal cosmo, della singolarità della forma umana e l’inizio del processo culturale.

Di qui il secondo movimento: la casa in quanto è luogo di separazione, di interiorizzazione del mondo (dove per così dire il mondo giunge alla coscienza) diventa anche luogo di trasformazione, di civilizzazione, di addomesticamento del mondo. La costruzione del mondo appare, dunque, una protesi della casa nelle sue varie forme, il corpo allargato dell’uomo. La natura diventa mondo, “cosmo ordinato” a partire dalla topografia della casa, cioè a partire dall’or­dinamento di spazi, di rapporti e di modi di abitare, trascritti nella casa. In tal modo la casa universo rappresenta il luogo dove l’uomo raccoglie il mondo e donde l’uomo si espande per civilizzare la natura. A questo proposito voglio accennare ad un’ultima dinamica della famiglia nella casa universo aperta al mondo: la fami­glia diventa un soggetto culturale, cioè uno spazio e un tempo dove sono trasmessi i codici di comprensione del mondo e di costruzione del comune destino. La famiglia oggi, tuttavia, non riesce ad essere un ambiente di trasmissione culturale e spirituale che insegni l’apertura al mondo. La famiglia si sente inadatta a vivere il compito di essere il primo soggetto di trasmissione culturale dei significati dell’esi­stenza e dei valori pratici per costruire un futuro comune. Questo è un ulteriore momento della vita di famiglia, che diventa luogo per elaborare linguaggi, comportamenti, gesti, scelte, iniziative. La famiglia dovrebbe aiutare a costruire la vita come luogo di scambio simbolico, spazio per aprirsi all’altro e per costruire insieme all’altro non solo prodotti da consumare, ma un sogno per crescere insieme. Basti pensare ai primi anni della vita di un figlio per accorgersi quanti linguaggi la famiglia trasmetta, nel bene e nel male: essi non sono soltanto modi di denominare le cose, di dare spiegazioni e ragioni, di ordinare e classificare le realtà, ma anche modi con cui esprimere valori e giudizi, comportamenti e progetti, sogni e speranze. Basti osservare come i bambini siano mimetici nei confronti dei loro genitori e dell’ambiente familiare e, anche quando da adolescenti e da giovani si distanziano dall’ambiente familiare, la lingua-madre in tutte le sue variegate ramificazioni resta la matrice di ogni ulteriore esperienza e progetto.

Tuttavia occorre notare che oggi, non solo la famiglia nucleare, ma anche la famiglia con un figlio unico, manca dei minimi per istituire il linguaggio sociale. Anche tutti i tentativi di far vivere ai figli di diverse famiglie esperienze comuni, pur belle e oltremodo necessarie, finiscono per essere esperienze fiacche e velleitarie, perché non approdano al vero obiettivo che è quello di costruire i codici esistenziali e sociali della vita senza i quali è impensabile un vero tessuto sociale o una vera esperienza comunitaria. Gli incontri e i confronti tra famiglie e i rispettivi figli sono così sporadici e intermittenti, soprattutto non consentono un confronto con il principio realtà, con le fatiche, le resistenze, i fallimenti, senza i quali non è possibile affinare un comune linguaggio sociale. Occorre, dunque, ricostruire un nuovo contesto di reti familiari, oggi più che mai necessario perché è il più carente. Siamo in difficoltà anche ad indicare la direzione nella quale andare: bisogna ricostruire ambienti familiari intrecciati tra loro, alleanze di famiglie, che sappiano essere luoghi affidabili di trasmissione dei codici culturali, dei valori, dei gesti e dei comportamenti. La rete di famiglie può e deve diventare una rete ambientale, una specie di piazza o di villaggio di famiglie, dove si scambiano linguaggi comuni, codici condivisi, scelte stimolanti, esperienze creative, ecc. L’esperienza della famiglia deve mediarsi in una rete di famiglie, per essere dal basso la via preparata alla parrocchia intesa come una “casa di/delle famiglie”. La stessa chiesa dovrà favorire un’al­leanza tra le famiglie. Se non lo facesse si toglierebbe una mediazione necessaria per vivere in modo intenso la sua esperienza comunitaria.

  

2.   Il luogo “ecclesiale” della trasmissione della promessa

Se la famiglia è lo spazio di trasmissione della vita come dono promettente, la parrocchia è il luogo che porta a maturazione vocazionale la promessa contenuta nel dono che i genitori trasmettono. La vocazione dal punto di vista antropologico è esattamente questo: che la vita ricevuta come dono possa essere scelta come una promessa, come una chiamata o un ideale per cui spendersi e da condividere con altri. Si comprende allora il significato strategico della comunità parrocchiale per far vivere il dono della vita come promessa. Il nostro Convegno si chiede con grande enfasi “come?”. Questa è la sfida! Trasmettere la vita come una promessa ha bisogno di un luogo ecclesiale, comunitario, dove ciascuno fonde le tre esperienze ricevute in famiglia (la fiducia fondamentale, la responsabilità personale e l’apertura al mondo) dentro l’appello singolare rivolto alla propria esistenza perché giocandosi con gli altri e per gli altri, alla fine ritrovi la chiamata che viene dall’alto. Rispondendo alla vita come promessa risponde a Dio e ritrova la propria identità. Suggerisco tre piste per la trasmissione della vita come promessa che indichino il “come”, giocando sul triplice significato del verbo trasmettere (tradere): trasmettere è “introdurre”, “educare”, “tradurre”.[2] Di qui una breve sottolineatura delle tre dimensioni della trasmissione della fede e del loro significato per la parrocchia

 

la promessa come introduzione: il momento “iniziatico” (intro-ducere). Trasmettere significa condurre dentro, intro-durre alla vita cristiana attraverso i gesti che la esprimono e la costruiscono: la parola, il sacramento e la comunione fraterna/carità. La qualità di questi gesti in una parrocchia e nella vita delle persone che la frequentano assiduamente (“erano assidui…”) è il grande canale comunicativo per la trasmissione della fede. La vita come promessa, come pro-vocazione si trasmette attraverso la vita e l’esperienza di una comunità credente, le figure che la popolano, i gesti che scandiscono i suoi ritmi, le avventure che essa mette in campo, i sogni che coltiva, l’immagine che produce, lo splendore della vita cristiana che ciascuno di noi rap-presenta. Il momento “iniziatico” della fede è la prima e fondamentale forma della trasmissione, è il clima spirituale nel quale un  ragazzo, un adolescente e un giovane cresce respirando la visione cristiana, come “sguardo sulla vita”, “forma dell’esistenza”. Anche quando l’adolescente esce dal grembo familiare e il giovane sembra trovare percorsi paralleli per darsi simboli e gesti per vivere, l’ambiente della comunità, del mondo della scuola, dei luoghi del divertimento e dello svago, in una parola il contesto diventa il nuovo grembo da cui trarre linfa per vivere. Il contesto vitale di una comunità e la vita degli adulti (a casa, in parrocchia, nella corresponsabilità, nel volontariato) sono il crogiolo dove la fede trasmessa diventa chiamata per la fede ricevuta e da scegliere. Nell’ethos comunitario si trovano già fusi (o confusi) consegna della fede e sua graduale assunzione personale. Di qui alcune sottolineature:

 

     Ricostruire i nostri ambienti come momenti vitali, ricchi, popolati di figure positive, differenziati e vivaci, capaci di aprire ad esperienze variegate e forti: tutto questo non può mancare al momento iniziatico della vocazione cristiana.

     Occorre, soprattutto, ridare splendore al momento quotidiano della vita della comunità e degli adulti che s’imprimono nella coscienza dei giovani. Una cura amorevole della pastorale quotidiana, delle occasioni della vita, della sua distensione temporale, dei momenti della festa, della presenza nella sofferenza, della prossimità nella dedizione sono il grande luogo per favorire la trasmissione della fede.

     Se mi metto in fondo alla chiesa la domenica, se osservo come gli adulti pregano, se guardo come dedicano tempo all’ascolto, impiegano risorse e passione nel volontariato, diventano ogni giorno uomini e donne di comunione, sono presenti a un consiglio pastorale, esprimono giudizi sugli avvenimenti e aprono a linguaggi di speranza, posso dire che lì consegnano e trasmettono la fede?

 

la promessa come educazione: il momento“pedagogico” (e-ducere). Significa condur fuori, partire dalle domande, dai desideri, dagli affetti, e anche dagli sbagli, che l’adolescente-giovane porta dentro e condurli verso il senso di una scelta di vita vocazionale: trasmettere è accompagnamento al rapporto personale con il Signore, dentro una comunità credente. A questo proposito bisogna fare i conti con un modello che intende l’educazione come lo sviluppo delle virtualità naturali del ragazzo/giovane, come un accompagnamento, come una stimolazione delle possibilità iscritte nel giovane, nel minore. Educare significherebbe – seguendo anche l’etimologia del termine – e-ducere, «tirar fuori» ciò sta dentro il ragazzo, sviluppare le possibilità iscritte nel minore. Questa concezione ottimistica dell’educazione è aggravata dal diffuso scetticismo circa la trasmettibilità degli ideali civili e religiosi (si sente spesso dire: “quando sarà grande deciderà lui stesso!”). Questo modello antiautoritario corrisponde alla crisi di autorità nella tradizione civile, morale e religiosa della società moderna. Viene a mancare il riferimento autorevole nel discorso educativo, mentre la formazione della coscienza diventa questione privata. L’universo civile non è più capace di mediare i codici, i valori e comportamenti che strutturano la libertà. Che rapporto c’è, allora, tra adulto e educazione, tra autorità ed educazione? Qual è il senso e la necessità della buona autorità nell’educare. Il rapporto educativo rimanda originariamente al rapporto parentale padre/madre e figlio, anche se la forma “paternalista” di questo modello sconsiglia a molti di riprenderlo. E’ necessario ritrovare una concezione non paternalista dell’autorità educativa: l’autorità del padre e della madre e rispettivamente l’autorità dell’educatore si esercita non per forza propria, ma rende dal di dentro testimonianza alla vita buona, alle infinite forme con cui si presenta nella storia della cultura e dell’oggi, perché in queste forme si rende presente qualcosa del mistero e della verità dell’esistenza. Occorre ritrovare “buone” figure di educatori, appassionati e sereni, forti e liberi dentro, capaci di dedizione, senza complicità affettive, con un forte senso del cammino da fare, senza frette e senza facili scoraggiamenti. Abbiamo bisogno di maestri che sono testimoni e di testimoni che diventino maestri!

 

     Se educare è «tirar fuori», ciò comporta che si indirizzi verso un qualche modello in cui il giovane può e deve riconoscersi, che può e deve scegliere come buono per sé. L’edu­catore e l’adulto allora non attira su di sé, non egemonizza, ma diventa un testimone, uno che attesta il carattere buono e vero dell’esistenza, che è stato prima per lui stesso decisivo.

     L’educatore non deve temere di dire le proprie convinzioni, di attestare i propri valori, di offrire le proprie ragioni, perché egli sa che potrà trasmetterle solo nella forma della cordiale comprensione e della adesione personale da parte dell’altro.

     Se l’educazione non è solo un compito tecnico, ma anche e soprattutto un compito etico, essa è legata alle disposizioni etiche e spirituali dell’educatore (la dedizione personale e l’umiltà, che deriva dalla consapevolezza di essere testimone di un bene più grande attraverso la sua relazione educativa).

     Se l’educazione ha a che fare con il compito etico esso esige anche una competenza tecnica, psicologica e culturale, con la quale si procede a sciogliere tutti i blocchi che inibiscono al minore la possibilità di accedere con libertà al bene e alla fatica di comprenderlo.

 

la promessa come traduzione: il momento culturale (tra-ducere). Si tratta di “trasmettere” l’e­sperienza cristiana, con i suoi codici, i suoi simboli, i gesti costitutivi, le sue figure, in quanto capaci di interpretare la vita umana alla luce della fede cristiana. L’atto di trasmissione della vocazione cristiana e dell’espe­rienza ecclesiale deve “accadere” lungo un cammino nel quale si appella alla coscienza del giovane, si trasmettono modelli, codici, comportamenti, visioni di vita (in una parola una cultura ispirata dalla fede), che formano al giudizio critico e lo costruiscono in un confronto franco e sincero con il giovane. La cultura (e quindi anche quella ispirata in modo cristiano) non è riconducibile ad un asettico codice convenzionale, elaborato in ordine alla necessità dello scambio sociale. L’apprendimento culturale non va inteso solo come socializzazione, cioè come elaborazione di abilità conoscenze e metodiche in ordine al corretto funzionamento del rapporto umano. La cultura è un codice simbolico per la formazione della coscienza di sé da parte del singolo, nel mondo e di fronte alla sua vocazione. Si vede chiaramente che anche per questa ragione antropologica la Chiesa si interessa profondamente della cultura e perché il momento della pastorale giovanile è un momento “magico” per l’educazione culturale. La cultura media inevitabilmente una certa idea di sé, del mondo e di Dio. Tuttavia, una propria visione culturale, e dunque anche l’intuizione della propria vocazione e del proprio destino, non è disponibile solo come un prodotto confezionato da prendere o lasciare, da trasmettere come un pacchetto di conoscenze e di abilità. Questo non è mai stato vero nel passato, dove pure la trasmissione avveniva pesantemente come tradizione massiccia di codici culturali, ritenuti fissi e immutabili, ma lo è soprattutto nel nostro mondo frammentario e pluralista. Questa constatazione, però, non deve condurre alla conclusione che oggi non ci è consentito altro che fornire conoscenze ed abilità. Che ci piaccia o meno, trasmettere saperi significa sempre fornire anche un’interpretazione del mondo e di sé.

L’apprendimento, allora, dev’essere un’ac­quisizione dei frammenti culturali, fatta in modo critico, riflesso, creativo. La sintesi culturale non può prodursi che come critica e integrazione degli schemi interpretativi spesso contraddittori (le «difficili convivenze» di cui parla il card. Martini) e non può avvenire che nel quadro di opzioni etico-reli­giose che devono favorire l’integrazione di questi frammenti. E’ necessario che gradualmente una visione sia assunta in modo critico, cioè consapevole e libero. La crescita culturale è insieme crescita umana.

      Tornando alle nostre comunità parrocchiali, bisogna dire che appartiene alla trasmissione della fede anche il momento con cui si accompagna a leggere la realtà, a formulare giudizi, a intervenire nelle situazioni complesse, a tenere la stabilità affettiva e la fermezza di giudizio nel contrasto per le cose che contano nella vita, a pagare di persona per le proprie convinzioni, a rispettare quelle dell’altro, a professare una tolleranza attiva, che non si rassegna al fatto che ognuno abbia le sue convinzioni private, ma crede che esse possano entrare nel gioco della comune ricerca della verità.

 

     Se trasmettere la fede, se annunciare l’evangelo comporta in modo decisivo anche la promozione culturale, allora è necessario tenere il rapporto con le altre agenzie formative, abitare la scuola, investire sull’università, mani­festare interesse per la fatica dei giovani nello studio, non rinunciare al confronto cultu­rale, mettere in circolo le proprie convinzioni e valori.

     Non può mancare l’incontro con le figure e i luoghi della vita cristiana, le sue tradizioni, i suoi momenti forti della storia e dell’oggi. Soggetto dell’iniziazione è tutta la comunità nelle sue articolazioni, nei suoi momenti più importanti, nelle sue iniziative. Quale volto della comunità adulta incontra un giovane, quali convinzioni manifesta, quali i criteri delle scelte, quali le motivazioni degli interventi, quali spazi sono dati ai giovani, quali i coinvolgimenti graduali nella responsabilità?

     Questo aspetto comporta una pluralità di riferimenti adulti e una complementarità di interventi: il catechista, la famiglia, il sacerdote, la comunità, la missione. Come queste presenze sono dosate nella normale vicenda di una comunità cristiana. I giovani non si marginalizzano forse anche perché sono marginalizzati, cioè lasciati a dinamiche di separazione, di nicchia, con figure di educatori spesso improvvisati? Su questo punto non si sente la necessità di un investimento per formare adulti educatori, una scuola per genitori, soggetti culturalmente preparati?

 

Conclusione: la vocazione sfida per la famiglia affettiva e per la parrocchia comunità psichica.

La conclusione è semplice e insieme impegnativa: una concezione della vocazione come trasmissione della vita come dono promettente mette in discussione le due patologie tipiche della famiglia e della parrocchia: la famiglia percepita come luogo affettivo, spazio in cui star bene; la parrocchia intesa come ambiente psichico, comunità autoreferenziale. Queste due esperienze che toccano di più l’attuale figura della famiglia e della parrocchia spengono lo slancio vocazionale: il ragazzo e il giovane fatica a realizzarsi in modo autonomo, stenta a partire e a sognare un futuro in cui la promessa dia nome e volto al dono che ha ricevuto e quindi a fargli trovare la sua identità vocazionale. Detto in una parola: la vocazione dei giovani rappresenta la sfida con cui noi viviamo e trasmettiamo ciò che siamo!

  Franco Giulio Brambilla

 

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IDENTITA’ E ATTIVITA’ DEL

CENTRO DIOCESANO VOCAZIONI

Premesse:

Come ha ribadito con forza Giovanni Paolo II, il problema vocazionale «è un problema vitale che si colloca nel cuore stesso della Chiesa; dalla sua soluzione, infatti, dipende il suo avvenire, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza» (Messaggio per la XXII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1985).

- "Misterium Vocationis"

Il "Mistero" della Chiesa, assemblea di con-vocati

Il "Mistero" di Dio vocante

Il "Mistero" dell’uomo responsoriale

"Ogni persona è vocazione" (Paolo VI, PP, n° 15, 1967 )

- Oggi una sorta di cultura antivocazionale... questo sembra essere oggi il modello antropologico prevalente. "Uomo senza vocazione"... (In verbo tuo, 11c)

L’Europa moderna, come la Roma antica sembra simile a un pantheon, in cui tutte le divinità sono presenti, tutti i valori hanno la loro nicchia... Valori diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti, senza una gerarchizzazione precisa...

Difficile, in tale contesto, avere una concezione o visione unitaria del mondo e diventa anche debole, dunque, la capacità progettuale della vita.

Cultura pluralista e ambivalente, politeista e neutra...

Rivendicazione della soggettività e desiderio di libertà che rischiano di diventare soggettivismo e arbitrio.

- Necessita una "nuova cultura vocazionale" (Doc. Eur., n° 13b)

primo obiettivo della pastorale vocazionale o, forse, della pastorale in genere.

"Che pastorale è, infatti quella che non coltiva la libertà di sentirsi chiamati da Dio, nè fa nascere novità di vita?"(Cfr docum. pag. 23)

(PPV 85, n 11): Preoccupazione per le persone

Tale preoccupazione è alimentata da varie considerazioni. Innanzitutto una considerazione sul destino delle persone alle quali la Chiesa è inviata dal suo Signore. Dalla convinzione che la persona è pienamente realizzata quando scopre e vive la propria vocazione umana e cristiana, consegue la preoccupante visione di tanti giovani che neanche si interrogano sul senso della loro vita.

Cfr. Mons. E. Masseroni : « Meglio non parlare di crisi », perchè se quello delle vocazioni resta « il problema dei problemi » per la Chiesa italiana, « oggi forse è meglio usare la categoria culturale della complessità » . Per affrontare la questione "è necessaria la sapienza e il discernimento e non il pessimismo"…

".. nella scelta della parrocchia, come luogo principale in cui va riportata l’attenzione alle vocazioni, sta la prima opzione pastorale per l’intera comunità ecclesiale" (Masseroni).

«La pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone a servizio di essa».

È quindi necessario che l’impegno di «mediazione tra Dio che chiama e coloro che sono chiamati» divenga sempre più un fatto di Chiesa.

IL CENTRO DIOCESANO VOCAZIONI

Centri unitari per l’animazione vocazionale (PPV 85, 51)

Anche la pastorale delle vocazioni ha bisogno di alcuni organismi e strutture.

I Centri per l’animazione della pastorale vocazionale devono essere «unitari» a tutti i livelli (diocesani, regionali, nazionale), come precisano i documenti ecclesiali, e devono essere a servizio della pastorale unitaria.

In essi devono essere assicurati la presenza e l’apporto di tutte le categorie vocazionali: sacerdoti diocesani, religiosi, religiose, missionari, consacrati secolari, laici.

Questi organismi devono favorire la proposta chiara, efficace ed aperta a tutte le vocazioni di speciale consacrazione,

evitando di ridurre la pastorale unitaria ad essere «unica», cioè proposta ad es. solo della vocazione sacerdotale, o «generica», proponendo solo la vocazione battesimale.

IN SINTESI:

--- Promuovere una "cultura vocazionale"…

--- Annunciare "la vita come vocazione"…

--- Aiutare le persone a "cercare, accogliere e vivere la propria personale vocazione"

--- Annunciare, Proporre, Accompagnare le "vocazioni di particolare consacrazione"...

 

APPUNTI E NOTE circa il Centro Diocesano Vocazioni

Il Centro Diocesano Vocazioni (CDV)

esprime limpegno della Chiesa particolare per lanimazione vocazionale,

promuovendo e coordinando le attivit di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunit cristiane della diocesi,

sotto la guida e la responsabilit del Vescovo.

Accoglie in sè e sollecita

la presenza e lapporto di tutte le categorie vocazionali

e dei rappresentanti dei diversi organismi pastorali,

sia nella sua struttura che per il suo funzionamento.

Ne è responsabile un direttore, nominato dal Vescovo aiutato da un CONSIGLIO e una DIREZIONE «unitaria», di cui fanno parte tutte le categorie vocazionali.

Il CDV :

un organismo di comunione, dove le varie categorie vocazionali presenti nella Chiesa particolare sperimentano l'unità della missione, la gioia e la fatica di lavorare insieme per le vocazioni;

il CDV, luogo di comunione vocazionale, si costituisce ad immagine della Chiesa particolare; riflette la sua natura teologica (diversità di vocazioni, doni e ministeri); si offre per tutte le categorie vocazionali presenti nella Chiesa particolare come luogo di comunione.

il CDV è luogo di coordinamento nella Chiesa particolare di quanto esiste e cresce nel campo della pastorale vocazionale.

E un organismo di servizio,

strumento pastorale perch tutta la Chiesa particolare abbia coscienza di essere chiamata e chiamante.

- Il suo servizio si configura nella Chiesa particolare per aiutare tutta la comunit ecclesiale a tenere viva la dimensione vocazionale in tutto quello che la Chiesa e fa

(PPV 85, n26: La "vocazione" è dimensione essenziale e qualificante, che deve permeare tutta l’azione evangelizzatrice della Chiesa particolare, per cui la pastorale delle vocazioni non può e non deve essere un momento isolato o settoriale della pastorale globale),

e per la specifica cura delle vocazioni di speciale consacrazione.

- il CDV, luogo di animazione e promozione vocazionale, attento a tutto ci che gi concretamente esiste nella vita della Chiesa locale:

- si offre come luogo di studio e di approfondimento della teologia della vocazione, degli specifici documenti del Magistero e degli sviluppi della pastorale delle vocazioni,

- cura i rapporti e offre il suo servizio specifico a tutti gli uffici diocesani e organismi pastorali presenti nella Chiesa locale;

- attento a tutti gli ambiti o luoghi pastorali (in particolare la parrocchia) in cui si esprime la operativit pastorale.

Possono quindi essere considerati orientamenti e urgenze qualificanti per il CDV:

diffondere una forte ispirazione di fede,

alimentare la spiritualità e la preghiera;

innestare l'animazione vocazionale nella pastorale d'insieme delle Chiese particolari;

portare l'animazione vocazionale nella pastorale delle comunità parrocchiali,

coinvolgendo movimenti, gruppi, servizi e altre comunità in esse operanti;

inserire l'animazione vocazionale nella pastorale giovanile e negli altri ambiti della pastorale ordinaria;

creare e diffondere pubblicazioni adatte alle diverse necessità della pastorale vocazionale;

curare la preparazione delle persone che hanno ricevuto dai Vescovi, dai Superiori e Superiore religiosi, da altri responsabili della vita consacrata, il mandato specifico della cura e accompagnamento dei chiamati.

In questa ottica il CDV deve:

bulletprevedere annualmente la stesura di una programmazione pastorale tenendo conto del cammino concreto della diocesi e degli altri organismi di partecipazione pastorale;
bulletprevedere momenti di verifica
bullete soprattutto provvedere per una efficace capillarizzazione del cammino vocazionale;
bulletqualificare la propria azione nel senso della comunione ecclesiale, con la consapevolezza che pi importante creare il senso di Chiesa attraverso le varie iniziative che promuovere le iniziative stesse;
bullet 
bulletessere presenti nei luoghi dove si pensano e si progettano itinerari pastorali, perch la dimensione vocazionale non manchi mai: quindi deve inserirsi umilmente e discretamente negli spazi diocesani (dal Consiglio pastorale diocesano alle iniziative dei vari uffici pastorali: in particolare lufficio catechistico, liturgico, caritas, missionario, ecc... e vari cammini di fede in atto...) in cui possibile portare una sottolineatura vocazionale sia generale che specifica, anzichè portare avanti solo iniziative in proprio;
bullet 
bulletnellambito del suo servizio specifico di cura delle vocazioni di speciale consacrazione, organizzare e qualificare sempre di più le proposte di spiritualità (preghiera, esercizi spirituali...) le proposte di servizio a livello diocesano e i vari momenti di orientamento vocazionale rivolti ai fanciulli, adolescenti e giovani, se possibile in stretta collaborazione con i sacerdoti delle parrocchie e con gli educatori in genere;
bullet 
bulletcurare con adeguate iniziative la formazione degli animatori vocazionali nativi nella comunità cristiana (genitori, educatori, catechisti, animatori di gruppi giovanili ecc.); degli animatori vocazionali consacrati (sacerdoti, religiosi/e, laici consacrati...) e promuovere e sostenere gli animatori vocazionali parrocchiali;
bullet 
bulletoffrire la propria competenza alle comunit parrocchiali, senza volersi mai sostituire alle loro normali attività, promuovendo itinerari di preghiera per le vocazioni e, soprattutto offrendo sussidi e presenza;
bullet 
bulletlavorare in sintonia e raccordo con il CRV e il CNV.

 

Sac. Emilio Aspromonte

Direttore CRV Calabria

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Istanze prioritarie della pastorale vocazionale italiana

S.E. Mons Giuseppe Betori, Segretario Generale CEI

 

La Nota pastorale dei Vescovi italiani dopo il quarto Convegno ecclesiale nazionale reca già nel titolo tre parole–chiave: «speranza», «testimoni» e «il grande "sì"». Mi sembra che ciascuna di queste parole getti luce sul tema delle vocazioni e sull’impegno della pastorale vocazionale.

In primo luogo è la parola «sì» ad attirare l’attenzione. Chi dice «vocazione» pensa immediatamente ad un "sì" da dire alla chiamata. Nella Nota si parla del «grande "sì" di Dio all’uomo»; nella pastorale vocazionale si lavora per il "sì" dell’uomo a Dio. Certo, questo secondo "sì" si inquadra e ha senso solo nel primo, solo in quella accoglienza libera e gratuita che Dio rivolge all’uomo per renderlo partecipe della sua vita trinitaria. Il primo "sì" si prolunga nel secondo, si dimostra efficace e "scandito per sempre" proprio nel suscitare il secondo, come frutto di una libertà pienamente consapevole del «dono di Dio» (Gv 4,10). 


La pastorale delle vocazioni ha tutto da guadagnare nell’assumere questa prospettiva suggerita dal documento dei Vescovi. Così, infatti, non correrà il rischio di essere erroneamente guardata come una sorta di reclutamento o, peggio, di proselitismo da parte di un’istituzione che ha strutturalmente bisogno di darsi dei "quadri" o dei "funzionari". Al contrario, l’accento posto sulla libertà dell’uomo, che si affida all’iniziativa gratuita di Dio, rimuove ogni tentazione di reclutamento e promuove il vero cammino di discernimento: la scoperta di un’umanità che gioca se stessa ed è veramente se stessa non nella lontananza da Dio, ma nella familiarità con lui, fino ad una profonda condivisione delle sue vedute e dei suoi progetti e, quindi, nell’offerta di sé. 

In questa prospettiva s’innesta direttamente la seconda parola–chiave della Nota pastorale dopo il Convegno di Verona. Si è «testimoni» quando non si ha paura di Dio, quando non ci si nasconde e non si fugge davanti a lui, come fecero Adamo ed Eva o il profeta Giona; quando il mistero santo che è Dio è accolto quale luce che invita l’uomo ad essere trasparenza dello splendore della verità.

La pastorale delle vocazioni, dunque, prima ancora di puntare alla vita consacrata o al ministero ordinato, deve indicare ai giovani che a nulla varrebbe scegliere quelle forme di vita cristiana se in primo luogo non si sia scelta la "misura alta" della vita cristiana.

L’universale chiamata alla santità è il presupposto imprescindibile di qualsiasi discorso sulle vocazioni.

Viene in rilievo qui l’importanza, anzi la priorità, da assegnare alla formazione umana delle persone che si accingono ad un discernimento in vista di una scelta di vita consacrata o nel ministero ordinato.


Come non si può costruire un edificio senza porre mano a delle solide fondamenta, così non si può indirizzare e accompagnare un uomo o una donna all’accoglienza della chiamata di Dio senza aver innanzitutto trasmesso quanto di «vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, […] che è virtù e merita lode» (Fil 4,8) l’umano è in grado di esprimere e può esigere da se stesso. Non avremo «testimoni» se non avremo uomini e donne dalla coscienza vigile, liberi perché radicalmente dedicati alla verità, forti perché appassionati dal e al bene.

La sfida educativa, così presente all’attenzione della Chiesa italiana, trova qui una delle ragioni della sua urgenza e nella pastorale delle vocazioni un terreno di impianto e un banco di prova.

 
La parola «speranza» ha condotto tutta la riflessione del quarto Convegno ecclesiale nazionale, fin dalla sua preparazione. Non vi è dubbio che le vocazioni siano un punto di vista privilegiato, forse unico, dal quale intravedere il futuro della Chiesa. È certo, inoltre, che il sorgere delle vocazioni alimenta in ogni comunità una gioia particolare e una capacità di guardare avanti con speranza. Il Convegno di Verona ha indicato in Gesù Risorto il fondamento e l’alimento della nostra speranza. Questa chiave cristologica va sempre tenuta presente, soprattutto in un tempo in cui lo scoraggiamento motivato dalla scarsezza delle risposte vocazionali rischia di prendere il sopravvento. È in rapporto a Cristo Risorto, il Signore, che tutto si decide: il presente ed il futuro della Chiesa come della storia si articolano nella libertà e nella responsabilità di fronte a lui. Questo vale, da una parte, per gli uomini e le donne che sono chiamati da lui, misteriosamente, a seguirlo nella vita consacrata o nel ministero ordinato e vale, d’altra parte, per gli istituti o le diocesi che di quelle vocazioni dovranno farsi carico. Di fronte a Cristo Risorto, in piena libertà e responsabilità, occorrerà anche avere l’audacia di ripensare se stessi, la propria proposta formativa e persino, più radicalmente, la forma di attuazione del proprio carisma nel contesto odierno. Anche qui c’è la «speranza» propriamente cristiana: essa non è un fatalismo benevolo; è piuttosto il coraggio di ripartire umilmente di nuovo, talora da capo, con il coraggio di disfarsi di ciò che ormai è vetusto e di inaugurare il nuovo che Dio ci chiama ad accogliere e a costruire insieme con lui.

15/01/2008

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Chiamati a prendersi cura dell’altro

 

LA PASTORALE VOCAZIONALE

COME "SPECIFICO" DELLA PASTORALE GIOVANILE

 

Premessa

Sappiamo che anche ai nostri giorni, e certamente oggi più che in passato, la parola "Vocazione" evoca ancora sentimenti di paura, diffidenza e ostilità: basterebbe pensare alla reazione nelle nostre "buone" famiglie se un figlio o una figlia comunica il proprio orientamento di consacrare la sua vita al Signore…

Evidentemente c'è alle spalle un uso socio-culturale di questa espressione, là dove si pensava sempre e comunque ad un tentativo sottile di "accalappiare" qualcuno o qualcuna e indirizzarlo sulla via dell'essere prete o suora, monaca o missionario...

Indubbiamente ha contribuito a creare un certo alone di "timore", la paura che questa chiamata particolare tocchi proprio a me. Finché coinvolge qualcun altro dei miei amici o delle mie amiche, passi... ma se il Signore vuole qualcosa proprio da me? Qui cominciano i dolori!

La parola "Vocazione" è per tutti noi una "provocazione" in cui si prende coscienza che la "Vita é vocazione e la Vocazione è vita".

Di qui, la stretta interconnessione tra PV e PG che sono assolutamente interfacciate tra di loro, perché la Vocazione diviene sempre più la risposta personale di ogni battezzato, e in particolare di ogni giovane, al suo originale modo di seguire il Signore e alla ricerca della propria personale Beatitudine.

 

1. La Pastorale Vocazionale: sfide e interrogativi

Essa dovrebbe davvero attraversare trasversalmente ogni impegno del credente, del discepolo di Gesù, (liturgia, lavoro, tempo libero, servizio, solidarietà, catechesi, famiglia, scuola...), ma in realtà molto spesso non è così.

Diviene un settore relegato ai margini della Pastorale ed eventuale esperienza di qualche giovane "più sensibile". Eppure… non è assolutamente una questione di età: la ricerca di Senso vale per tutta una vita; "là dove finisci, di lì ricomincia!" (Thomas Eliot, Quartets)

Ciò significa riscoprire che ognuno ha dei carismi e che ognuno può vivere il suo ministero (minus-stare = servizio nella e per la Chiesa), con un anelito di autotrascendenza, liberandosi dai lacci di una ostinata ricerca della propria autorealizzazione.

Questa credo sia la prospettiva corretta per un cammino di crescita e di formazione.

Il rischio che personalmente intravedo in tante nostre chiese locali é quello di fare la ... "pastorale dell'attimo fuggente": un anno lo dedichiamo alla famiglia, uno ai giovani, uno alla catechesi, un altro alla carità, e così via, con il rischio di non mettere radici in nulla e di non approfondire nulla…

 

La Pastorale vocazionale, se vuole diventare un humus fecondo per interfacciarsi con la realtà densa di ricchezza e bellezza della P. G., è chiamata ad accettare la sfida di confrontarsi con un cammino alla riscoperta della figura di Gesù, nei suoi tratti di umanità e di proposta della buona notizia del Regno, e questo lo può fare non prescindendo da uno stretto legame nell’ambito della Parrocchia (e della diocesi), per quanto concerne un cammino di evangelizzazione della vita, di catechesi, di coinvolgimento nei gruppi ecclesiali associativi e caritativi, nei vari momenti formativi di vita spirituale...), nella decisa ricerca di un confronto con la vitalità e, talvolta, anche la provocazione che viene dai Movimenti di Spiritualità (Rinnovamento nello Spirito, Focolarini, Neo-catecumenali, Comunione e Liberazione e tanti altri nuovi movimenti che stanno facendo breccia con proposte assolutamente nuove e ricche di appeal…)

Una significativa proposta di annuncio e di proposta vocazionale diventa tanto più efficace quanto più si innesta in quel tessuto pastorale che già esiste in una Chiesa locale e crea delle sinergie di riflessione e di operatività, di creatività e vitalità, senza tuttavia rinunciare alla sua specificità.

Più che mai, oggi, dovremmo capire (ma attenzione, amici cari, non é poi così scontato!), che o lavoriamo insieme o buttiamo il seme buono non nell’humus fecondo nel terreno, ma nel vento che lo disperde; dove uno ha seminato …, l'altro può passare e calpestare quel seme: la parabola dei 4 terreni è più che m attuale sotto questo profilo.

 

2. Alcuni punti di non ritorno tra P.G. e P.V.

Una P.V. coinvolta nel cammino comune con P. G. occorre viva una nuova consapevolezza, di come sia "necessario portare il proprio annuncio e la propria proposta vocazionale nel vivo delle comunità cristiane, là dove la gente vive e dove i giovani in particolare sono coinvolti più o meno significativamente in un esperienza di fede" (NVNE, 29).

Per questo credo che nel cammino di questi anni sta crescendo e maturando, forse con fatica, questa comune sensibilità di "incontro e di sentieri di comunione", per lasciare emergere dei punti qualificanti di "non ritorno", che stanno alla base del rapporto tra pastorale giovanile e vocazionale

Il giovane ha il diritto di essere aiutato a vivere la fede come risposta a una chiamata. Eppure è importante capirsi: la "vocazione" è un modo di intendere e di vivere la propria vita, un modo che vale per ciascuno di noi, visto che è in ballo una libertà di scelta che ci è stata donata e non ci viene tolta.

Ogni esperienza di vita del giovane che tende ad essere globale e definitiva è sotto l'invito e la chiamata personale di Dio. Ciò comporta una responsabilità nell'assunzione di un impegno fedele di vita, ben sapendo che la parola "responsabilità" deriva dal verbo latino "respondeo", che significa letteralmente "rispondere". Rispondere, ovviamente, a Qualcuno che ci chiama.

 

E' necessario che ogni vocazione vissuta con fede e decisione sia visibile e sperimentabile nel tessuto di relazioni che caratterizzano la vita di ogni giovane e la sua esperienza ecclesiale: é la riscoperta della "intersoggettività", che tanto segna la storia di ogni esistenza, da un punto di vista umano, spirituale e vocazionale.

 

Ogni chiamato è obbligato a riscrivere la sua esperienza in termini percepibili dal mondo giovanile: questo comporta il vivere una "testimonianza" chiara e coerente, ma soprattutto gioiosa; l’essere delle scie luminose di luce…

 

La proposta vocazionale fa parte integrante del progetto di pastorale giovanile.

 

Vorrei chiarificare questi aspetti alla luce di 4 – sentieri – 4, comuni che stanno alla base non solo del nostro desiderio, ma della comune necessità di "muoverci in sincronia" di passi e movimenti

 

Per un cammino comune di crescita nella Verità

Per un cammino comune di crescita nell’Amore

Per un cammino comune di crescita nella Speranza

Per un cammino comune di crescita nel Dono di sé

 

A. UNA CRESCITA NELLA VERITÀ: la via della interiorità… della "teshuvàh"

 

Rientrare in se stessi é essenziale... non è un optional, è costitutivo per l’uomo stesso. In noi, infatti, c’è una duplice forza: centripeta e centrifuga

Ma noi, spesso, privilegiamo la forza centrifuga...

E’ una tentazione tipica dell’uomo della nostra epoca della "post-modernità".

E ripercorriamo l’interessante analisi dello psicoanalista italo-americano Silvano Arieti, dopo l’ansia, l’alienazione, la rabbia, la depressione, ecco l’homo pavidus, ecco l’homo fugiens ed ecco l’uomo dislocato e spaesato... Questa è la conseguenza del suo essere costantemente in fuga dalla verità di se stesso.

Giona fugge perché non entra in se stesso.

Elia fugge perché non entra in se stesso.

Giuda fugge perché non entra in se stesso.

Giobbe, Qohélet, Geremia, Osea, Pietro, Paolo, Maria di Magdala non fuggono... perché osano rientrare in se stessi.

Occorre recuperare la dinamica della forza centripeta: essa ci aiuta …

ricompattare i frammenti della nostra storia (la preghiera é un momento in cui riannodare i fili spezzati della vita...)

riunificare realtà divise e spesso.. nemiche tra di loro (Efes 2,14-18)

amare il senso del "provvisorio", perché non distratto da realtà esterne: é la spoliazione

(cf la parabola del Rabbi di Varsavia e della sua stanza spoglia... "sono di passaggio!")

 

E’ la via della interiorità

 

Ci si avvia alla fase adulta della vita a e della fede quando si ama, si cerca e si vive l’interiorità. Essa può declinarsi in alcuni passaggi:

interiorità --- silenzio --- umiltà --- Verità (a-létheia = svelamento)

esteriorità --- parlare tanto di sé --- apparenza esteriore --- falsità e menzogna

Può aiutarci a comprendere tutto ciò l’icona evangelica racchiusa nella parabola il fariseo e il pubblicano: (Lc. 18, 9-14)

 

L’amicizia è una straordinaria via alla interiorità...

"Essa è un prenderti teneramente per mano, per entrare dolcemente in te stesso" (A. de Saint-Exupéry)

 

B. UNA CRESCITA NELL’AMORE

 

Vocazione e Amore: quando i sentieri convergono

Le due "parole" messe a tema per questa riflessione sono di quelle che... mettono i brividi addosso; da una parte perché in esse è sottesa una grande carica di idealità nel tradurle concretamente in ipotesi di vita; dall'altra, perché ognuna di esse evoca, in ciascuno di noi, modi particolari di intenderle.

Ecco, allora, che risulta difficile parlare di "vocazione", senza il rischio di essere fraintesi facilmente, pensando che si utilizzi questa espressione nel senso univoco di "via alla Consacrazione", come se il resto della vita rimanesse ai margini di una propria, unica e originale chiamata.

C'è poi l'altro polo del nostro approfondimento che riguarda l'Amore: anche qui siamo di fronte ad una delle parole magiche, se non "mitiche" della vita, come si usa dire spesso tra i giovani, oggi.

Si parla tanto di Amore, certo, ma non c'è forse il rischio di gonfiarlo a dismisura, come una mongolfiera che poi se ne va impazzita per il cielo; una specie di dirigibile "Italia" che si abbatte in maniera catastrofica sui ghiacci del Polo?

Non c'è il rischio di banalizzarlo in uno sterile "parolismo" che tanto lo afferma, quanto finisce per renderlo confuso, fragile, inconcludente, spesso privo di un significato radicale e totalizzante per la vita stessa?

Anche in questo caso ciò che conta è imparare a vivere "di amore" e "per amore".

Immaginiamo una pianta con due rami ben robusti: dal ramo "Vocazione", dal ramo "Amore" occorre scuotere con forza tante parole inutili; quello che resterà sul ramo sarà ciò che è essenziale ed è importante per il nostro cuore e la nostra vita.

L'incontro tra Vocazione e Amore

 

Troppo spesso si è parlato della Vocazione in termini asettici, come se essa nulla avesse a che fare con una vera e propria scelta di amore nella vita, come se in essa non fosse coinvolta tutta la enorme carica di affettività di cui è capace il cuore umano.

Troppo spesso la Vocazione è divenuta un modo di vivere "ritagliato" entro le dimensioni anguste di un... "ruolo". Troppo poco, amici miei; troppo poco per impegnare una vita rischiando tutto di sé. Se non c'è amore, ci ricorda S. Paolo, siamo anche noi come campane di bronzo che suonano nel vuoto o, peggio ancora, sono completamente stonate!

Eppure, l'amore non può essere ridotto a puro sentimento spontaneistico, non può essere solo un'emozione con la quale talvolta giocare e trastullarsi nella vita.

L'amore è chiamata, è impegno, è libertà di scelta ed è responsabilità di coerenza nella fedeltà. Qualcuno t'invita, perché ti vuole bene: tu puoi dire sì o no, ma non puoi eludere questa Voce che ti chiama, come la voce dello Sposo chiama la Sposa nei versi stupendi del Cantico dei Cantici: ecco emergere, come dalla nebbia del mattino, la "dimensione nuziale" della Vocazione.

 

Amore e Vocazione camminano insieme; debbono farlo, ne va della loro autenticità; oserei dire: ne va della loro esistenza.

L'Amore è "mistero". Chi mai può definirlo, chi può restringerlo entro gli angusti spazi della parola; chi può esprimerne con pienezza tutta la forza e l'immensità? Esso ci supera sempre, come supera sempre se stesso.

Anche la Vocazione è "mistero". Chi può decifrare con certezza i tempi e i modi di una chiamata; chi può capire fino in fondo perché qualcuno sente questa chiamati, e altri non la avvertono; chi può addentrarsi negli spazi infiniti della imprevedibilità di Dio?

L'Amore richiede un cammino "verso l'invisibile"; non lo si può computerizzare o ridurre in una formula algebrica; non puoi togliergli il fascino del rischio.

Anche la Vocazione "scala" la montagna dell'Invisibile. È chiamata verso l'Eterno Invisibile che lascia trasparire appena uno spiraglio del Suo volto; e questo ti affascina. Per Abramo e Mosè, per Geremia ed Osea, per Pietro e Maria di Magdala non è stato forse questo il modo di percepire la loro chiamata? Una piccola briciola di Invisibile si è fatta visibile... ed è bastato!

L'Amore ti "sporca le mani", come si usava dire a proposito dello stesso Cantico dei Cantici. Che significato possiamo dare a questa espressione? Credo una lettura semplice: quando ami devi imparare a coinvolgerti tutto, senza mezze misure, in una intimità totalizzante e assolutamente "svelata e sincera".

Ma anche la Vocazione è questo: essa non tollera che ti volti indietro, quando hai posto mano all'aratro; non tollera i cuori angusti e stretti, "sclerotici", sempre pronti a calcolare se conviene fare questo e lasciare quello. La vocazione è la via dei "cuori ardenti", così direbbe P. Teilhard de Chardin, per coloro che non si accontentano di andare nel bosco a fare il pic-nic, ma vogliono salire sulla cima della montagna, anche se il sentiero si fa duro, stretto, e sole e fatica ti asciugano ogni energia.

Infine l'Amore come la Vocazione sono in grado di essere il "Tabor" della nostra vita: la possono veramente trasfigurare in maniera determinante. Lo affermava anche il grande poeta francese Paul Claudel, per cui una vita "amorosa", e noi potremmo aggiungere anche una vita "chiamata", esprimono una freschezza e una forza, una limpidezza e una carica che prima non lasciavano trasparire. Così il fuoco sotto la cenere è stato riattizzato. Così il fiore, quasi appassito, è stato irrorato dalla rugiada e ha ripreso la vita, i colori, il suo profumo.

Amore e Vocazione come il Tabor della nostra vita: è tornare a gustare quello che spesso cerchiamo e non troviamo: la pace interiore, la pienezza del senso, la creatività gioiosa e feconda, il gusto del vivere. Un Tabor che è ricarica per il tempo della sofferenza; un Tabor che è apprendistato di "abbandono" per il giorno in cui la grande Mano ci chiederà di rilassarci nella sua tenerezza accogliente.

Una chiave di lettura quanto mai suggestiva potrebbe essere legata all’approfondimento della tema della’INTIMITA'.

Non sto qui parlando di una forma di intimità sdolcinata che ci viene proposta a fiumi nei film recenti del neo-sentimentalismo alla Federico Moccia … che mandano in brodo di giuggiole i nostri adolescenti (e forse non solo loro...). Non penso neppure ad una intimità che sia frutto solamente di una relazione sessuale, ma che abbia drasticamente compresso ogni altra modalità di comunicare in profondità e trasparenza.

Penso a quella forma di intimità nella quale, in qualsiasi relazione, ci si possa sentire a proprio agio, si possa essere veramente se stessi, senza orpelli, frange e maschere... Una intimità che permetta di svelare il proprio cuore alla persona a cui si vuole bene...

Una intimità che sia la sorgente viva di una accoglienza totale dell'altro e che insieme permetta all'altro di camminare a piedi nudi nel nostro cuore, senza pungersi e farsi male, parafrasando una stupenda immagine di Henri J.M. Nouwen, noto psicologo e pastoralista americano.

 

C. UNA CRESCITA NELLA SPERANZA

 

C'è una sera d'estate, detta la notte di San Lorenzo, in cui molti di noi stanno con gli occhi rivolti al cielo, tutti tesi a cercare di scorgere la scia luminosa e improvvisa di una ... stella cadente.

Se abbiamo la fortuna di essere fuori dalle città, il cui cielo é reso opaco dai riflessi delle luci e dall'aria oramai così poco trasparente, se ci troviamo in qualche luogo isolato o magari in montagna, un po' più vicini al cielo, queste scie luminose sono più facili da vedersi; si moltiplicano, si rincorrono e quasi si fa a gara nel dirsi gli uni agli altri: "Ne ho visto una... e un'altra ancora..."

La notte di San Lorenzo... la notte dei desideri: sì, perché sulla scia di una stella cadente, la tradizione dice che puoi formulare un desiderio tenuto profondamente celato nel proprio cuore, nella SPERANZA che questo tuo desiderio possa essere esaudito.

Ecco, la notte dei desideri si trasforma allora nella notte della speranza, perché ognuno di noi porta dentro di sé la speranza che qualcosa di molto personale possa finalmente essere "ascoltato" e trovare un suo compimento.

Il coraggio di "desiderare"

Poi, si sa, non tutti i desideri formulati in una sera calda di Agosto, trovano realizzazione, ma io credo fermamente che il nostro cuore abbia il diritto, se non il dovere, di desiderare e quindi di sperare...

Troppo a lungo un certo tipo di educazione ha compresso tutto il mondo dei "desideri"; intendo dire di quei desideri legittimi, che ci aprono su orizzonti più ampli del nostro piccolo mondo finito e spesso pieno di illusioni e disillusioni; che ci proiettano non tanto in un mondo di fantasie infantili, quanto in una modalità di vita che ci dà il coraggio di cercare il di più, di cercare più in là, che in fondo ci aprono su quel mondo che potremmo chiamare "il fascino del nuovo"; un mondo che evoca e provoca il coraggio di cercare o forse... di saper ancora aspettare.

E' un fascino che attira e polverizza ogni dinamica di risucchio nella monotonia, nella banalità, nella mediocrità di un cuore angusto e stretto, che non fa abbeverare a quelle "cisterne screpolate" di cui parla il profeta Geremia, segnate dalle nostre paure, dai nostri condizionamenti, dai nostri conformismi, dalle nostre insicurezze, rassegnazioni e sfiducie.

Credo che il cielo stellato dei desideri si regga su due colonne: la voglia della novità, non fine a se stessa, ma capace di dare un colpo di ala alla nostra vita e la perseveranza della attesa, perché il coraggio della attesa paziente, alla lunga, viene premiato.

Certo, se una di queste colonne si spezza, tutta la "volta celeste dei desideri" é seriamente minacciata...

Chiamati a … "crescere"

Il contesto culturale in cui noi viviamo e dal quale non possiamo prescindere, perché fa da sfondo ad ognuna di queste riflessioni, privilegia l'istante rispetto alla durata, l'esperienza immediata ed intensa rispetto a quella riflessa, preparata e riletta senza affanno e con disincanto; non si cresce prescindendo dalla durata, dal tempo assimilato, dalla pazienza accettata.

La speranza non diventa allora solo una esperienza emotiva: in essa si ha la consapevolezza piena che nel nostro cuore l'uomo può andare a fondo in una abisso di disperazione, ma può anche alzare gli occhi al cielo e credere che egli può salire… e non solo cadere.

Felice il pellegrino della vita che porta la sinfonia della speranza nel cuore: essa lo aiuta a superare le paludi, il deserto arido e sassoso, il bosco oscuro e impenetrabile nei momenti più difficili della vita.

Ma questa speranza non si improvvisa; é necessario imparare a farla crescere, cercare in noi stessi tutte le risorse di vita e di fecondità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo.

Del resto la prima parola di Dio all'uomo é, guarda caso, proprio un appello a crescere; in Genesi 1,2-28 la Sua parola risuona decisa: "Crescete, siate fecondi e riempite la terra".

Non é solo appello ad una crescita biologica o demografica; è anche un appello ad intendere tutta la vita come una "forza di crescita".

Nel Vangelo troviamo tantissime immagini che ci richiamano alla mente e al cuore la dinamica della crescita: il seme chiamato a maturare, il lievito che fermenta, la rete che si riempie di pesci, la sala da nozze verso cui convergono o non gli invitati, la città che viene edificata sulla cima della montagna...

… A crescere in una relazione

Non penso di parlare solo per esperienza personale: sempre più mi vado convincendo, guardando alla storia di tante persone giovani e meno giovani, che "non si cresce da soli, ma in una relazione".

Nella relazione con gli altri, (che poi diviene anche uno specchio spesso assai realistico della nostra relazione con Dio), noi portiamo quello che siamo, talvolta anche senza accorgercene: in essa viviamo la possessività o la oblatività, l'aggressività o la fiducia, la docilità o il senso di competitività e di dominio che ci urgono dentro, la gioia e la serenità o la inquietudine e la malinconia del nostro essere e del nostro esistere...

E’ fondamentale riandare alla importanza dell'Amicizia, per far nascere in noi la speranza; ora potremmo semplicemente aggiungere quanto sia importante l'Amicizia per... CRESCERE.

Dice la scrittrice Zenta Maurina Raudive, in uno dei suoi stupendi squarci di percezione di umanità, che "l'amicizia é una pietra preziosa, la fedeltà é l'oro che tutta la abbraccia, e senza questo sicuro abbraccio il prezioso gioiello non arriva a risplendere in tutta la sua bellezza e finisce per perdersi".

Ma la relazione non é solo strada piana e sicura: può anche essere un insieme di imprevisti e la fedeltà ad essa conduce a fare l'esperienza della notte.

Crescere significa accettare "le morti" che l'incontro con l'altro ci fa vivere.

Non sempre una relazione vive nella luce piena...

Ci sono momenti in cui il legame sembra attenuarsi fin quasi a sparire, in cui la rinuncia sembra pesare più della gioia di quello che si incontra, in cui i passi con l'altro si fanno incerti e silenziosi; quello che mai si pensava potesse succedere, invece può accadere in un istante.

Eppure, anche queste "morti" possono diventare un passaggio di crescita…

Ciascuna delle nostre storie personali non avrebbe senso se non fosse finalizzata: l'incontro con DIO, ma anche con il DESIDERIO più profondo del cuore umano, si apre sempre su di un "Avvenire" e si fonda su di una "Promessa di Speranza"; non é solo una parola pensare al nostro Dio come al Dio della Promessa. Ma occorre ripetercelo ancora una volta: bisogna lasciare qualcosa, anche di quello che ci sembra importante e... saper attendere. Il Dio della Promessa diviene anche il Dio dei distacchi...; ma ciò é indispensabile per non ridurre tutto il nostro anelito all'angusto orizzonte del nostro desiderio.

 

D. UNA CRESCITA NEL DONO DI SÉ

 

So bene, anche per esperienza diretta e personale, quanto sia difficile trattare una tematica che ponga sullo sfondo la parola "vocazione". Ma anche qui si tratta di intenderci: é da qualche tempo, oramai, che si sta facendo uno sforzo di sensibilizzazione per vivere in maniera meno drammatica e meno riduttiva la dimensione vocazionale della vita.

Eppure quest’opera non è facile e non é detto che sempre arrivi a buon fine. Tuttora mi capita, con tanta frequenza, di incontrare giovani che pur interrogandosi sul senso della loro vita, pur vivendola con il desiderio e la ricerca di uno sbocco libero e consapevole, sentono il cuore farsi trepidante quando solo si accenna che la loro vita (ma sarebbe più giusto dire che ... ogni vita), dovrebbe imparare a muoversi in un’orbita vocazionale.

Sì, perché vocazione può certamente essere intesa come quella chiamata particolare che porta un cuore a donare tutto se stesso al Signore, in una modalità di consacrazione e di missione attraverso la scelta di diventare prete o suora, monaco e missionaria; ma la corretta interpretazione della parola vocazione va inscritta in un’orbita di 360° che tutto investe nella vita: desideri e attese, motivazioni e scelte.

Ogni vita é chiamata!

Ogni vita ha una sua preziosità con la quale cercare di vivere la dimensione dell’abbandonarsi e del consegnarsi a qualcuno da AMARE.

A questo proposito mi ritornano alla mente le parole che Sister Helen Prejean canta, davanti alle sbarre della cella, quando incontra il condannato a morte Matthew Poncelet, nello stupendo film di Tim Robbins "Dead Man Walking" (Uomo morto in cammino).

Ricorrendo ad uno stupendo testo del profeta Isaia, Sister Helen gli sussurra con un filo di voce:

 

"Non temere, io ti ho chiamato per nome e ti ho liberato;

tu sei mio.

Se tu attraverserai fiumi profondi io sarò con te:

le acque non ti sommergeranno.

Se passerai attraverso il fuoco tu non brucerai:

le fiamme non ti consumeranno.

Io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele che ti salva.

Tu sei prezioso ai miei occhi.

Io ti stimo e ti amo.

Non temere, io sono con te... " (Isaia 43,1-5)

 

E poi, tenendo stretta la mano sulla spalla di Matthew, mentre egli si avvia verso la camera dell’esecuzione letale, continua a sussurrargli:

"Ti voglio bene.

Tu sei prezioso ai miei occhi...

In quegli ultimi istanti guardami..

Voglio che il tuo ultimo sguardo veda uno sguardo di bontà..."

 

Non è solo facile sentimentalismo, questo.

Siamo di fronte ad una Parola di Dio che è in grado di chiamare all’amore e al riscatto ogni vita, anche quella che sembra più cinicamente sprofondata nella palude dell’odio e della violenza.

Siamo chiamati a scegliere… ma ad una condizione…

Avere un rapporto "affettuoso" con il nostro Dio

E’ importante ricordare che la capacità di scelta affonda le sue radici anche in un rapporto sereno e affettuoso con Dio: si tratta di sentire la sua presenza "vicina a noi", al nostro cammino quotidiano, e di vivere con essa una relazione profonda e permanente. E’ il Dio della tenerezza e non del giudizio, sperimentato come sorgente di acqua cristallina, a cui attingere ogni giorno, nei momenti di gioia, di luce, di pienezza, come pure in quelli tristi, sofferti e densi di oscurità. In questo rapporto entrano in gioco tutte le nostre facoltà: mente, volontà, emozioni. Se questa relazione è discontinua, langue o viene meno, è tutta la nostra persona che ne risente e si blocca.

Ricordate: ognuno di noi ha una "vocazione-missione" da compiere nella vita; una missione che si traduce in un modo di essere, un compito da svolgere, un ruolo da assumere, un impegno totale a cui consegnare se stessi. Per arrivare a ciò, occorre una sincera ricerca, un confronto leale, magari con una "guida spirituale" che si fa compagno/a di cammino. E questa ricerca vi chiede di diventare e di essere persone affidabili e non qualunquiste, in balia dell'umore, del mi piace/non mi piace o di interessi particolari.

Questo rende ancora più necessario lavorare su se stessi, per rendersi idonei, affidabili, responsabili per ciò che si è chiamati a vivere. La vita come vocazione è una risposta di Amore all'Amore. Tutti noi siamo chiamati a capire quale può essere, con verità, questa risposta e a collaborare perché sia una risposta di pienezza e non selettiva o parziale, egoistica o interessata.

 

Affido ad alcuni passaggi di una poesia di Pablo Neruda, lo stimolo provocatorio e amico per"non lasciarci rubare le scelte della nostra vita", avvelenati da piccole dosi di apatia e di rassegnazione, proposte senza scrupoli da chi non ha né valori umani né valori divini.

 

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia, chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce. (...)

Lentamente muore chi non rischia la certezza per l'incertezza, per seguire un sogno,

chi non si permette, almeno una volta nella vita, di fuggire dai consigli sensati. (…)

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

 

Tutto questo mi pare possa essere bene interpretato da un racconto semplice ma incisivo di Teofane il Monaco:

"Lasciate che vi racconti cosa avvenne l’ultimo giorno del mio ritiro.

Avevo detto al padre guardiano che non sapevo quando sarei potuto tornare,

poiché molto probabilmente non ne avrei avuto il tempo.

Egli, subito, replicò:

"Il problema non é il TEMPO, il problema è la GRAVITA’ ".

Poi si allontanò un attimo, scese le scale, e quando tornò aveva con sè un piccolo tappeto.

"Ecco, tieni - disse - è un tappeto magico.

Sedendovi sopra riuscirai a sottrarti alla tua gravità e potrai andare dove vuoi.

Non è questione di tempo".

Ora so che è davvero così, ma la gente ride quando glielo racconto.

Ridete anche voi?

Benissimo. E allora rimanete dove siete."

 

Anch’io vorrei dire con voi, oggi: "I have a dream…"; porto in me un piccolo, grande sogno: che questo nostro incontro, che il nostro "camminare insieme" ci aiuti a superare il peso, la gravità del nostro io. Così ciascuno di noi potrà muoversi con una nuova intensità interiore, riscoprendo sia la bellezza del proprio cuore che la bellezza del Volto di Gesù, nella piena libertà di un cuore chiamato a "diventare dono per far fiorire la vita".

 

Nico Dal Molin, Direttore CNV

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Giovane dove abiti? In ascolto dei giovani: tra vocazione e missione. Quali sfide?

+ Domenico Sigalini, Convegno del CNV a Roma 3-5 gennaio 2008

 

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Come sempre, nelle nostre ricerche pastorali il primo momento è dedicato all’ascolto, in questo caso del mondo giovanile, da un punto di vista: quello della risposta a una missione nella vita. Inizio con una sorta di peana che ho utilizzato per dialogare con i giovani spesso in questi ultimi anni, con alcuni aggiustamenti, ma soprattutto con alcune osservazioni che mi vengono dai molteplici confronti con loro.

È bello essere giovani

Essere giovani è avere un’età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni.

Essere giovani è sentirsi liberi da ricordi, è alzarti una mattina deciso a conquistare il mondo e il giorno dopo stare a letto fino a quando vuoi, perché tanto c’è qualcuno che farà per te.

Essere giovani è sapere di stare a cuore a qualcuno, magari anche solo papà e mamma, che ti rimproverano continuamente, ma che alla fine ti lasciano fare quel che vuoi e di fronte agli altri ti difendono sempre.

Essere giovani è sballare e sapere di avere energie per uscirne sempre, anche se un po’ acciaccati.

Essere giovani è sbagliare e far pagare agli altri.

Essere giovani è trovare pronti i calzini, le camicie ben stirate e i jeans lavati e profumati.

Essere giovani è parlare con i vestiti, perchè ti mancano parole per dire chi sei.

Essere giovani è passare per fuori di testa e accorgerti che gli adulti spesso sono più fuori di te.

Essere giovani è portare i pantaloni bassi e vedere tua madre che ti imita e fa pietà.

Essere giovani è sognare che oggi ci divertiremo al massimo, anche se qualche volta quando torni e chiudi la porta dietro le spalle ti sale una noia insopportabile.

Essere giovani è trovare sempre in piazza qualcuno con cui stare a tirare sera sparando idiozie, senza problemi.

Essere giovani è sgommare e sorpassare sperando che ti vada sempre bene.

Essere giovani è avere il cuore a mille perché ti ha guardato negli occhi e ti senti desiderata.

Essere giovani è avere un bel corpo, anche se qualche volta non hai il coraggio di guardarti allo specchio e stai con il fiato sospeso a sentire come ti dipingono gli altri.

Essere giovani è il desiderio di vita piena che il giovane ricco ha espresso a Gesù e la sua debolezza nel non riuscire a distaccarsi da sé.

Essere giovani è sentirsi fatti per cose grandi e trovarsi a fare una vita da polli.

Essere giovani è sentirsi precari: oggi qui, domani là, un po’ soddisfatto e subito dopo scaricato.

Essere giovani è aprire la mente, incuriosirsi delle cose belle del mondo, della scienza, della poesia, della bellezza.

Essere giovani è affrontare la vita giocando, sicuri che c’è sempre una qualche rete di protezione.

Essere giovani è sentirsi addosso un corpo di cui si vuol fare quel che si vuole, perchè è tuo e nessuno deve dirti niente.

Essere giovani è sentirsi dalla parte fortunata della vita, e avere un papà che tutte le volte che ti vede, gli ricordi che lui non è mai stato così spensierato, si commuove e stacca un assegno, allora non c’è più bisogno di niente e di nessuno.

Essere giovani è sentire che nel pieno dello star bene ti assale un voglia di oltre, di completezza, di pienezza che non riesci a sperimentare. Hai un cuore che si allarga sempre più, le esperienze fatte non sono capaci di colmarlo.

Essere giovani è sentirsi dentro un desiderio di altro cui non riesci a dare un volto, anche il ragazzo più bello che sognavi, ti comincia a deludere e la ragazza del cuore ti accorgi che ti sta usando.

Essere giovani è alzarti un giorno e domandarti, ma dove sto andando, che faccio della mia vita, chi mi può riempire il cuore? Posso realizzare questi quattro sogni che ho dentro, c’è qualcuno che lassù mi ama? Che futuro ho davanti?

Essere giovani è capire che divertirmi oggi per raccontare domani agli amici non mi basta più. E’ avere una sete che non ti passa con la birra; aver rotto tutti i tabù di ogni tipo spinello, coca, ragazzo, ma sentire ancora un vuoto.

La consapevolezza di essere privilegiati nella vita è evidente. Rasenta quasi uno stato di superiorità nei confronti delle generazioni più adulte, anche giovanili. E’ una sorta di diritto acquisito e non messo mai in discussione. Nessuno mi deve dire niente. La vita è mia.

La consapevolezza che da questo modo di vivere si deve ogni tanto uscire, sballare, perché così come è la vita non è soddisfacente, è esperienza normale. Ma lo sballo ti porta una serie di conseguenze negative: le lagne dei genitori, restare intronati per molto tempo, perdere qualità espressive, ritorno deludente alla normalità… ma ne valeva la pena! Sacrifico la tranquillità a un buco da cui vedere un altro orizzonte, anche se è falso.

I giovani hanno consapevolezza di essere serviti e sono soddisfatti di godere di questo stato di gratuità, senza tante domande, verso la convinzione di avere una sorta di diritto.

Alta è la necessità di stare in compagnia, che ancora non è amicizia, ma è dire, parlare, sparare idiozie, sentirsi, vedersi, oltre ogni momento virtuale che pure aiuta in questa direzione. Contenti di stare gratis a viversi. Con tutti gli strumenti che condiscono lo stare assieme, la sigaretta, lo spinello, il cellulare con qualche foto non troppo castigata, le sonerie e la raccolta di mpeg o l’ipod

La vita è bella e non è vero che sei solo, qualcuno ti protegge sempre. I genitori basta toccarli sul loro orgoglio e sul confronto con gli altri che te li conquisti a tutte le tue cause o paranoie.

Le domande di senso hanno sempre un sopravvento indiscusso. Non c’è un ragazzo che non se le senta addosso e che faccia fatica ad ammettere di essere sempre al punto di partenza. Hanno domande cui nessuno aiuta a rispondere.

Occorre riempire la vita: questo lo fa la scuola, come riempitivo; e qui però rischi di essere frustrato e umiliato; lo fa lo sport; per molti, lo fa lo spaccetto di droga per garantirsene il fabbisogno senza dipendere da nessuno, ma creando dipendenti sicuri e piccole disponibilità per muoversi; lo fa il lavoro anche se precario.

E’ in atto un forte anticipo dei tempi di indipendenza o, meglio, di solitudine nell’affrontare la vita; già nell’età della preadolescenza sei lasciato solo con un bagaglio di informazioni che non vengono interiorizzate e valutate sotto un aspetto etico, c’è consumo di esperienze senza guida. Ognuno si deve fare un giudizio da solo, senza riferimenti e senza poter inquadrare le informazioni in una sequenza vitale di rapporti e di confronti.

Oggi i giovani hanno molta disponibilità ad ascoltare la verità, un rifiuto assoluto di qualsiasi imposizione ideologica, sono sempre in attesa di qualche novità, godono di grande libertà di movimento, che spesso usano come fuga dalla realtà…

 

Precarietà.

Se c’è una caratteristica che permette di dare una visione diffusa del mondo giovanile di oggi è proprio la provvisorietà di tutto. Abitano in tenda, molto confortevole, ben servita, ma sempre solo un punto di appoggio per ricamare il territorio dei propri spostamenti.

Precarietà è ricerca, è mettere a prova le proprie qualità e la capacità di adattamento; precarietà è cambiare ambienti e poter fare utili confronti; precarietà è farsi un’esperienza di rapporti con varie persone, con il datore di lavoro, con i compagni di lavoro che cambiano continuamente; precarietà è dare corpo a progetti e non pagare eccessivamente se risultano sbagliati o deboli: si può ricominciare di nuovo in altre contesti e con altre condizioni; precarietà è star sospesi nella vita e continuamente rimandare le decisioni che già di loro si fanno fatica a prendere.

Precarietà però è anche sentirsi di nessuno, essere usato con finanziamenti promozionali per una migliore qualificazione e non vederne nemmeno l’ombra. Precarietà è anche non riuscire a mettere radici, è non poter avere uno stipendio fisso e quindi il mutuo per affrontare le spese necessarie se vuoi mettere su casa. Precarietà è essersi preparati e qualificati a fare qualcosa di bello che ti piace e adattarsi per troppo tempo a vivere di rimedi.

Ti sei impegnato al massimo negli studi per ottenere una identità professionale e, quando hai finito, quell’identità non è più spendibile sul mercato. Uno, allora, si chiede se valeva la pena fare tanti sacrifici o se forse non sarebbe stato meglio imparare a navigare a vista o avere avuto indicazioni che ti aiutavano a cambiare quando capivi che la strada era sbagliata. Non ti azzardare più a chiedere a un giovane che lavoro fa per farti un’idea della sua personalità, del suo giro di persone, dei suoi interessi, delle sue aspirazioni, perché il suo lavoro non lo identifica e domani, se non stasera stessa sarà già cambiato.

E dentro come ci si sente?

Per molti è crisi nera. E’ continuare a rimandare le scelte fondamentali della vita o per lo meno avere una copertura ufficiale per camuffare l’incapacità di scegliere la propria strada. Chi ha puntato su una identità da immagine si sente frustrato, perché non sempre le immagini che gli vengono appiccicate gli vanno bene. Se vivi un rapporto di coppia i problemi sono moltiplicati per due e sicuramente non sono risolti contemporaneamente. Noi italiani soprattutto, siamo un popolo di mammoni, noi non siamo americani che stanno a mille miglia dalla mamma già a diciotto anni e sperano di non tornarci più, dove gli amici non sono quelli della contrada o della confraternita o della piazza, ma del college, presi a prestito oggi e mollati domani come quando si faceva la naia. Io dai miei amici ci voglio tornare ogni sabato notte altrimenti non mi pare di esistere. Non mi interessa se domenica pomeriggio sono già in treno o in aeroporto per tornare al lavoro con la borsa piena di vestiti lavati, stirati e profumati e il dolce fatto in casa per gli amici.

Precarietà nei sentimenti

Ieri si decideva a diciott’anni. "E’ finita l’età della stupidera, è ora di mettere la testa a posto. Se non vuoi lavorare va all’università e decidi da che parte stare, se vuoi lavorare sappi che sarai sempre come hai cominciato. Non fare come me, cercati un futuro più arioso. Hai una ragazza? Mettiti a posto intanto che ti possiamo dare una mano anche noi. Hai il ragazzo? Tienitelo stretto, altrimenti farai la "zia". E si andava a studiare decisi: ingegnere, medico, avvocato, insegnante, ricercatore… oppure ci si fermava in un buon lavoro e cominciavano ad arrivare soldi e soddisfazioni. Ci si poteva anche sposare. Una fatica boia a trovare la casa, ma prima o poi si riusciva. Oggi a diciott’anni non decidi un bel niente e se per caso ti sei buttato su una strada con un po’ di ingenuità, a 25 anni rimetti tutto in discussione, affetti compresi, ragazzo o ragazza compresi. Oggi i giovani decidono della loro vita almeno in due tempi: durante la fine dell’adolescenza, come prima, con tante sospensioni, tanti "vediamo", tanti "per adesso" e soprattutto, dicono le statistiche, a 25 anni. Non occorre essere così categorici, anche se i dati statistici definiscono un termine preciso (cfr indagine Iard, Giovani del nuovo secolo). E’ tutto però molto verosimile. Infatti verso i 24-25 anni terminano i corsi universitari e si delinea una sorta di prospettiva professionale più chiara, soprattutto si ha in mano qualcosa cui da tempo si pensava e si sperimenta se è solo carta o concreta possibilità di definire una rotta per la vita; mentre per chi lavora si delinea all’orizzonte una occupazione che pone termine al massimo di precarietà degli anni precedenti.

Precario vuol dire "oggi si domani no", ma anche delicato, prezioso, facilmente distruttibile e manipolabile. Significa non credere che alle impressioni, ma anche orientare sentimenti e emozioni verso un progetto da definire sempre meglio. Significa che cerchi una sicurezza interiore che ti dà la forza come quando fai una scalata in free climbing o salti sul trapezio senza rete di protezione. Può essere l’atteggiamento di chi vuol tenere i piedi in due scarpe oppure di chi vuol camminare su due gambe, cioè di uno che decide di fare una strada e la percorre assieme con tenacia, con pazienza, senza fretta.

Che cosa ci chiedono?

Punti solidi di confronto e noi stiamo sempre a cambiare e a vivere di tentativi

Quando si parla a dei giovani e ci si sporge dalla parte delle domande di senso, di felicità, di futuro, di decisioni per la vita si trova sempre una grande attenzione. Esiste una sete di qualcuno che si affianchi in questa ricerca difficile, che non gode di una grande continuità, ma che affiora sempre per tenere desta la loro umanità. Pur nella vivacità e nella voglia di novità, i giovani hanno bisogno di riferimenti sicuri e stabili, distribuiti nella vita sempre, non a ore. Un quadro di attività anche programmato, ma innervato di grande afflato comunicativo è necessario. Il nostro modo di stare con loro invece spesso è mutevole, sembra rinnovarsi, ma disperde le energie e frustra le attese. E’ dimostrato in ogni comunità o diocesi che deve esistere una sorta di tradizione che offre momenti stabili di incontro, di approfondimento, di dialogo, di comunicazione capaci di rinnovarsi e di riscriversi, ma entro un quadro di stabilità.

Orizzonti più ampi verso i quali c’è una inerzia sempre più grande

Sembrano adattarsi alle legge del branco, che un po’ alla volta percepiscono come schiavitù, in cui vige la legge dell’amore tra carnefice e vittima. Non si sanno staccare da una banda, da una compagnia al ribasso. Percepiscono che è una schiavitù, vorrebbero respirare aria fresca, ma l’inerzia che li tiene legati alla piazzetta, al pub, alla compagnia, alle abitudini, ai rituali del sabato e della domenica, dello sport e delle scorribande è troppo alta e ha bisogno di pazienza educativa, condivisione, intersezione di vite, piccoli e calibrati interventi di bonifica antropologica per essere superata. Poi, quando meno te l’aspetti, scatta una sorta di liberazione e di adesione a momenti di apertura.

Spazi di riconoscimento tra amici e di grande comunicazione

Il giovane cerca comunicazione, il massimo possibile di ascolto e di espressività, perché si porta dentro troppi bisogni, desideri, sogni, paure, cattiverie e generosità che debbono esplodere. I nostri ambienti spesso sono selettivi a questo riguardo e non permettono ai ragazzi di dirsi senza essere subito giudicati. E’ sempre importante creare reti di relazioni di ogni tipo, occasioni di scambio il più ampio possibile, senza legami troppo stretti che fermano l’evoluzione del giovane, come per esempio a una sorta di clima che s’è creato nel gruppo. Non possono vivere senza l’approvazione e la compagnia di amici. Se la proposta di fede non è raccontabile nelle appartenenze di base, è come se non esistesse.

Ragioni di vita culturali e non solo sentimentali

Non è vero che i giovani non ragionano, che non hanno bisogno di motivazioni vere. Spesso purtroppo sono lasciati soli nelle loro riflessioni, si vergognano di dire quello che pensano sui fatti della vita, se lo tengono fra loro. I mass media impongono le immagini della realtà, che spesso li permeano acriticamente. Hanno invece bisogno di rappresentazioni culturali fatte in proprio, inventate da loro, offerte e acquisite in una ricerca di libertà e creatività. Con la musica comunicano di più che con altri mezzi espressivi. Potrebbe essere un punto di partenza per allargare e approfondire culturalmente la ragioni del vivere e del credere. L’esperienza di fede è carica di molte domande che non trovano mai risposta se non sentimentale. E’ utile il sentimento, ma non regge se non è accompagnato dalle motivazioni razionali. In questo il papa ci stimola sempre ad allargare lo spazio razionale della fede.

Impiego di energie per qualcosa che vale

Hanno energie a non finire. Purtroppo non sono impiegate in nessun campo e l’educatore ha una scusante: non vogliono impegnarsi in niente. Il problema è di trovarne una canalizzazione che li interpreta, altrimenti le energie vanno nella composizione di bande e di piccole criminalità, di scatenamento cieco, fin dalla preadolescenza. La forza che hanno gli adolescenti nel condurre esperienze educative come le settimane estive, dà l’idea delle grandi capacità. Voglio essere utili, impiegati a costruire qualcosa di bello, ma sono purtroppo spesso lasciati a se stessi, senza obiettivi. Dire che non accettano niente significa solo che non abbiamo trovato la strada giusta.

Compagnia continuata e a prova di tradimento.

Non possono vivere soli, hanno bisogno di una spalla su cui piangere o gioire, appoggiarsi e dire, ritornare dopo le sbandate e le carognate che fanno. La compagnia di un educatore o di un adulto deve essere a prova di tradimento. Non t‘aspettare da un giovane la fedeltà. La sua precarietà lo porta a girovagare, a tentare; il mondo in cui vive è molto variegato, insospettabile, le esperienze che incontra non sono tutte raccontabili, ti tradisce, ma non bisogna mollarlo per questo. I piccoli e grandi tradimenti sono la prova per vedere se nel trapezio della vita tu resisti come rete di protezione. Non t’aspettare subito e sempre la sincerità, la verità che ti dice è sempre quella che gli serve per proteggersi.

Percorsi di decisione

Dentro questa continua mutazione occorre però avviare e sostenere percorsi di decisione, piccole e grandi esperienze che lo aiutano a conquistare consapevolezza di sé, forza di scegliere, dubbi da mettere al vaglio della esperienza. I percorsi hanno bisogno sempre di esperienze concrete, alcune con il paracadute, altre senza. Alcune con una assistenza a vista, altre nel massimo della libertà e dell’ambiente. Molti non si sentono liberi se non possono decidere senza il controllo di nessuno. Qui l’educazione affronta il rischio più arduo, ma occorre correrlo anche per dare al giovane il senso della sua libertà. E’ lui che deve cercare poi il confronto. Ogni percorso va calcolato, ha bisogno di essere progettato, di incontrare persone libere e responsabili.

La gratuità massima

I percorsi di formazione, le esperienze di vita cristiana devono essere sempre nel massimo della gratuità. La proposta della messa festiva, che è per la maggioranza l’unica proposta che fa la chiesa, non è per loro nel genere del gratuito, ma del far piacere a qualcuno o del sottostare a qualcosa che non fa parte delle scelte personali. E’ vista come un pedaggio da pagare. E’ una abitudine che va riconquistata entro un riferimento amicale, con scelte anche graduali. Ha bisogno di esperienze anche straordinarie soprattutto se la famiglia non le apprezza o le usa come grimaldello per far passare le proprie visioni di mondo e di fede, o come ricatto per ampliare spazi di gestione libera di sé.

 

La missione dove sta?

Annunciamo la fede che abbiamo o abbiamo la fede che annunciamo? Per loro l’unica fede che interessa è quella che può reggere il confronto con gli amici, con tutti, quella che riescono a conquistare nel rischio di una esposizione, senza rete di protezione.

La dimensione missionaria non è esterna alla decisione vocazionale, quasi che uno dica: prima mi faccio prete, prima mi ritiro in convento, mi preparo e poi vado all’attacco. E’ invece la prima prova da affrontare, la prima conferma da avere. Se decidono di dedicarsi a Dio nella verginità o nel celibato, il primo scoglio da superare è: come farlo capire ai miei compagni? Come può risuonare in loro come scelta vera della vita, come messaggio che esprime dignità, anche se non lo condividono. Non è che cercano l’approvazione o il permesso, sanno che molti non la pensano come loro, ma loro vogliono lasciare nei compagni un segno di amicizia, una scelta che non condanna, né disprezza, ma che può essere solo rispettata. Da loro gli amici infatti vanno a prendere consiglio quando sono incasinati, magari senza farlo vedere a tutti. Questa è già missionarietà. Lui o lei vogliono solo che gli altri abbiano in cuore quella nostalgia del bene che avvertono da loro desiderata e vogliono che la scelta sia letta in sintonia con questo bene profondo dell’anima che tutti hanno. Essere missionari è anche questo. Loro spesso nelle discussioni scolastiche si sono tenuti nascosti, hanno ritenuto inutile confrontarsi, ma sapranno decidere, e lo sanno, solo quando avranno il coraggio di sostenere il dibattito, di rischiare di uscire perdenti, di sentirsi deboli, magari non apprezzati.

Poi vengono i momenti dei saluti, della conclusione degli studi, dei piccoli amarcord e quando la vita magari sotto il tiro degli esami cerca di fare sintesi, allora tutto si colloca nella dimensione vera della vita che non è una accozzaglia di fatti, di scontri, di furbate, ma una collana sensata, una storia. Se le nostre vite non diventano una storia, non val la pena di viverle, dice un romanziere canadese.

Missionarietà è anche capacità di farsi pellegrini, di staccarsi dalle proprie comodità. Ma questa qualità sta diventando una necessità per tutti i giovani che cercano lavoro, che vogliono avviarsi a una professione soddisfacente.

Insomma la missione è scritta già nella vita dei giovani, ha bisogno solo di avere un nome, di approfondire la sua sorgente, di orientarsi alla fede, di configurare la vita cristiana, che purtroppo è sempre e solo proposta di sopravvivenza, di placebo contro le difficoltà della vita.

Nessun ragazzo oggi crede che fare il cristiano sia star comodo nel proprio piccolo mondo parrocchiale. Tutti sanno che andare in chiesa, passare all’oratorio, frequentare la messa è esporsi al giudizio di tutti. Per la maggioranza dei giovani la difficoltà più grossa per la partecipazione alla vita cristiana è la timidezza nel sostenere la propria visione di vita, i gesti che si fanno di fronte agli amici, alla cultura egemone della scuola, che disprezza se non il cristianesimo, sicuramente la chiesa.

Per questo come educatori abbiamo una grossa responsabilità, non offriamo tirocini di coraggio, di capacità di esserci, con tutta l’umiltà che i nostri peccati ci impongono, ma con la parresia di Stefano, di tutti i giovani che hanno dato la vita per Gesù. Vi leggo una testimonianza di un giovane presidente di Azione Cattolica nel Sud- Tirolo: Joseph Mayr – Nusser (cfr. testo)

Io, l’Azione Cattolica la sogno così: selettiva, se volete, non nel senso che scarta, ma nel senso che alza il tiro e la qualità della proposta; qualificata per una testimonianza vera, audace, controcorrente, con un progetto missionario scritto nel dna di ogni momento di vita. Che cosa dicono i ragazzi che fanno i cristiani in parrocchia se quando si va a scuola hanno vergogna a trovarsi in una chiesetta vicina a dire le lodi, a pregare? C’è qualcuno però che in questi contesti li sostiene? O i nostri stessi cristiani adulti si mimetizzano, insegnanti compresi?

La nostra proposta è spesso acqua tiepida se resta nella cerchia dei nostri turbamenti interiori soltanto, se continua ad arrovellarsi sui rapporti con il gruppo, le sue dinamiche, sulle riunioni che sembrano più a trasmissioni come "amici" che a confronti con il tempo che viviamo, i problemi che affrontiamo.

Bastano due o tre professori atei o contrari alla chiesa per cancellare tutte le tracce culturali della esperienza cristiana nella scuola e noi alla sera andiamo a fare la riunione in parrocchia, a litigare perché non siamo puntuali e perché c’è sempre qualcuno che è lasciato solo a fare le pulizie nella stanza…

Moltissimi si fanno gli spinelli e tirano di coca a scuola, facendosi come vogliono e noi ci ritiriamo a consolarci tra di noi, senza mettere in piedi un laicissimo senso di responsabilità con tutti quelli che vogliono una scuola pulita.

Così è anche il mondo del lavoro anche se l’abilità professionale, i rapporti più umani e veri aiutano di più a far emergere il carattere, le idee, le tensioni e le visioni di vita. Qui, forse diventa drammatico il ricatto del posto, della carriera, dell’adattamento al volere del capo. In parrocchia c’è spazio per parlarne, per crescere in dignità, per interpretare il lavoro come percorso di formazione e missione?

Insomma: non c’è possibilità di risposta a nessuna chiamata cristiana se non dentro un atteggiamento che si porta dentro l’ardore della missione.

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Ultimo aggiornamento: 02-03-12